2009/2010
Francesco Silvestri


RASSEGNA STAMPA SERATA FINALE

IL CORRIERE DELLA SERA

Valerio Scanu è il vincitore di Sanremo
Pubblico in rivolta per gli eliminati

SANREMO - Valerio Scanu, classe 1990, è il vincitore del sessantesimo festival di Sanremo con il brano «Per tutte le volte che». «Il vincitore più giovane per il festival più vecchio» ha commentato la Clerici dando l'annuncio. In finale il talento di Amici se l'è vista con il trio Pupo-Emanuele Filiberto-Luca Canonici (che ha guadagnato il secondo posto con «Italia amore mio») e Marco Mengoni, vincitore di X-Factor, che si è piazzato terzo con Credici ancora».

«VERGOGNA, VENDUTI» - Forti proteste hanno accompagnato l'annuncio degli eliminati dato dalla Clerici. Orchestra, pubblico e sala stampa hanno gridato "vergogna", "venduti", "buffoni" e gli orchestrali in segno di protesta hanno accartocciato e lanciato gli spartiti. I fischi cominciano dalla platea quando viene annunciata l'esclusione di Irene Grandi, poi il pubblico contesta rumorosamente l'uscita di Simone Cristicchi. Ma l'esplosione della rabbia, anche della Sanremo Festival Orchestra, si rivela in tutta la sua potenza con l'annuncio della penultima esclusa, Malika Ayane. Il maestro Marco Sabiu dice che gli orchestrali vorrebbero rendere pubblico il loro voto (che unito al televoto dà vita al primo verdetto della serata). Quando, infine, con l'annuncio dell'eliminazione di Noemi, si capisce quali sono i tre finalisti, dalla platea partono i cori "venduti, venduti". In sala stampa la protesta viene sonoramente appoggiata con applausi e fischi.

COSTANZO E BERSANI - Arriva poi, come un deus ex machina, Maurizio Costanzo (che anticipa il suo intervento di mezz'ora per aiutare la Clerici a gestire la situazione, pur ammettendo «anch'io preferivo Arisa e Cristicchi»): è la sua prima volta a Sanremo e ne approfitta per ricordare Mike Bongiorno, «che ha condotto ben undici edizioni del festival». Quindi ha invitato sul palco tre operai di Termini Imerese: Calogero Cuccia, dipendente dello stabilimento Fiat; Antonio Tarantino, in cassa integrazione dopo aver lavorato per varie aziende nel servizio di pulizia dei cassoni; Lucia La Placa, che ha perso il lavoro ed è in mobilità (era dipendente della Ergom, poi acquisita dalla Magneti Marelli che opera per Fiat). Costanzo ha dato la parola al segretario del Pd Bersani e al ministro dello Sviluppo economico Scajola, presenti in platea. Ma il mini talk show politico fa rinascere le contestazioni: la platea fischia il segretario del Pd, che elogia l'invito dei lavoratori sul palco spiegando che «non è possibile mandarli sui tetti». Scajola gioca in casa (il suo collegio elettorale è quello di Imperia) e viene fortemente applaudito mentre dice: «Tutti i lavoratori stanno soffrendo la crisi. Per lo stabilimento di Termini Imerese dobbiamo trovare una soluzione che sia compatibile con la competitività».

D'ANGELO: UNA VERGOGNA - Durissimo il commento di Nino D'Angelo (eliminato fin dalla prima serata) alla qualificazione in finale del trio di Pupo, Emanuele Filiberto e Luca Canonici con una canzone che definisce «'na chiavica». «È una vergogna. Solo in un Paese dei balocchi come l'Italia può succedere una cosa del genere. Non mi fa nemmeno rabbia, ma proprio schifo - si sfoga il cantante in un'intervista su Sorrisi.com -. Vinceranno il festival e dire che l'avevo detto già un mese fa. Sono un mago? No, sono solo uno che fa musica e che pensa che il principe non ci azzecchi niente con la canzone. Vedrete, ci prenderanno per i fondelli in tutto il mondo. Sì, certo Pupo è un amico, ma non sono d'accordo con la sua scelta. Anche a Sanremo vince il meccanismo dei reality. Un pseudo-principe che vince: lui l'esilio l'ha già fatto, ma se ci fosse un tribunale della musica ce lo rispedirebbe subito».

L'ULTIMA PUNTATA - Tra attesa per il vincitore e polemiche, in particolare sulle voci che davano per probabile una vittoria del trio Pupo-Emanuele Filiberto-Canonici più volte fischiato dal pubblico ma "ripescato" dal televoto, la puntata si è aperta con Daniel Ezralow in veste di domatore da circo che ha diretto cento bambini che hanno ballato e cantato. Antonella Clerici, in abito nero per la prima volta in questa edizione, ha dedicato la finale ai bambini, «il futuro del mondo». Ed ecco la gara: primo a calcare il palco Valerio Scanu, già da giorni super favorito per la vittoria (anche secondo il sondaggio di Corriere.it) con la sua «Per tutte le volte che», condita da qualche stonatura per l'emozione. La Clerici ha scherzato su un verso del testo: «Come si fa a fare l'amore in tutti i laghi?». «Dipende dalle stagioni» ha risposto il cantante. Prima di esibirsi l'ex concorrente di Amici ha ricevuto un biglietto di Maria De Filippi che gli faceva gli auguri. Sono seguiti altri due nomi emersi da talent show: Noemi e Marco Mengoni.

ANCORA FISCHI PER IL TRIO - È seguito un omaggio a Michael Jackson di Travis Payne, coreografo e ballerino che ha lavorato per 18 anni accanto al re del pop. Su richiesta della Clerici ha proposto il passo di danza moonwalk. E vai con le esibizioni: Povia (che ha fatto i complimenti alla Clerici «perché in questo Paese dove non c'è niente di normale hai fatto un festival normale ed efficace»); Malika Ayane, con una maglietta «Start Living Again» (iniziativa che sostiene la ricerca sulla sindrome laterale amiotrofica), ha ricevuto il premio della critica intitolato a Mia Martini e il premio della Sala stampa radio tv per la sua «Ricomincio da qui»; Irene Grandi (che ha detto di essere single). Poi è stato il momento del trio composto da Pupo, Emanuele Filiberto e il tenore Luca Canonici, fischiato per l'ennesima volta dal pubblico. Il principe ha risposto ringraziando: «I fischi ti spingono ad andare avanti, ti danno più forza». Pupo ha aggiunto: «Il primo giorno sono rimasto molto sorpreso, non mi spiegavo perché. Non era mai accaduto, eppure di festival ne ho fatti tanti, che ci fosse una contestazione così ingiustificabile. Comunque la rispetto».

CRISTICCHI E CARLA BRUNI - Tocca poi a Irene Fornaciari e i Nomadi, con «Il mondo piange»: la figlia di Zucchero dice che papà le ha dato «tanti consigli: il più importante, essere onesta con il pubblico, non tradire me stessa sul palco e non mettere mai la maschera». Inevitabile alla fine di «Meno male» la domanda di Antonella Clerici a Simone Cristicchi su Carla Bruni: «Veramente hai chiesto a Carla Bruni di venire a cantare con te?». «Non so se gli italiani ne sarebbero stati felici» ha risposto Cristicchi che ha poi voluto ricordare la poetessa Alda Merini. Arisa con le Sorelle Marinetti e «Malamoreno» ha chiuso la prima parte della gara. Intermezzo con battuta hard della Clerici: dopo l'esibizione di Lorella Cuccarini coperta solo di una chitarra l'ha definita «una topolona». L'ospite internazionale è stata Mary J. Blidge, rimasta sola dopo il forfait di Tiziano Ferro: ha cantato «Each tear» e intonato con la Clerici un corale «happy birthday» per il compleanno del cantante.

BERSANI CON LA FIGLIA - Tra gli ospiti vip c'era dunque Pier Luigi Bersani (non in prima fila, per la par condicio), accompagnato dalla figlia Elisa di 26 anni. «È da sempre che gli rompevo le scatole con Sanremo. Poi quest'anno mi ha detto: "dai, andiamo"» ha raccontato la ragazza. Poi i giudizi: «Cristicchi è simpatico e trascinante, Arisa è molto brava e Malika Ayane è brava ma forse un po' troppo sofisticata per me». Elisa Bersani ha seguito il padre nel breve tour a Sanremo prima dell'inizio del festival. «Ora se riusciamo ad andare in albergo mi cambio sennò resto in jeans - ha scherzato -. Solo che poi diranno "'sti comunisti malvestiti"».

LE "PAGELLE" DEL SEGRETARIO - Il segretario del Pd, arrivando a Sanremo, ha commentato l'andamento della kermesse elogiando la conduttrice: «Fa benissimo il suo mestiere, ha interpretato un'Italia che ora ha bisogno di un po' di rassicurazione e semplicità». Poi anche lui ha formulato le sue "pagelle", criticando il brano del trio Pupo-Emanuele Filiberto-Canonici («L'idea dello sciopero della fame se dovesse vincere non è male» ha detto riprendendo un'idea del direttore della rivista di Farefuturo Filippo Rossi) e spiegando che le sue canzoni preferite sono quelle di Irene Grandi e Simone Cristicchi. Ma si è rifiutato di immaginare il vincitore: «Un toto Sanremo? No, non ci provo nemmeno». Restando in tema musicale a chi gli chiede quale sia la canzone di Vasco più rappresentativa del Pd, Bersani risponde con sicurezza: «Scelgo "Siamo solo noi", perché in Italia noi siamo l’unica alternanza possibile a questo governo. Fatto questo, potremo dire "Vado al massimo"».

«FINCHÉ LA BARCA VA» - Il leader del Pd ha avuto anche un pensiero per il premier: «Se dovessi dedicare una canzone a Berlusconi scegliere "Finché la barca va"». Immediata la replica del sottosegretario alla presidenza del Consiglio Paolo Bonaiuti: «A Bersani, colto dalla sindrome di Sanremo, dedichiamo, tutti in coro, "Bella ciao": il nostro addio alla sinistra riformista che se ne è andata con Di Pietro». E la deputata del Pdl Margherita Boniver: «Io gli dedico una canzone d’antan di Bobby Solo che va bene solo per lui: "Una lacrima sul viso"». Dal canto suo Bersani ha spiegato così la sua partecipazione al festival: «Non credo che sia una passerella in vista delle Regionali: credo al principio che se a uno piace la musica ed è segretario del Pd non capisco perché non possa andare a Sanremo». E ha apprezzato la presenza di una delegazione di operai di Termini Imerese: «Perché costringerli a salire sul tetto? Portiamoli a Sanremo. È molto importante che certi problemi non siano dimenticati nel momento del divertimento e che i problemi non vengano cacciati dalla visibilità».

 

LA STAMPA

Sanremo: vince Valerio Scanu,
l'orchestra contro Pupo e il Principe

ALESSANDRA COMAZZI
SANREMO
Ha vinto Valerio Scanu, secondi Pupo, Emanuele Filiberto, Luca Canonici, terzo Marco Mengoni. E a Sanremo è stata la rivolta. Rivolta degli orchestrali e del pubblico contro i risultati del televoto che avevano mandato in finale Mengoni e Scanu, usciti dai talent show X Factor e Amici, più il trio sempre fischiato durante ogni sua esibizione. Proteste, spartiti che volano, carabinieri in sala. Agitazione, il direttore di Raiuno Mauro Mazza che sparisce, la conduttrice, Antonella Clerici, che cerca di tenere un contegno fermo, ma visibilmente non sa che fare. E’ pallida. Si appella alle stesse parole che tanto spesso si sentono usare, in politica: lo vuole il popolo. Dice: «Esistono delle regole, c’è il televoto del popolo sovrano». Il popolo sarà anche sovrano, ma pure la musica ha le sue regole, altrettanto sovrane. E dunque i musicisti, il cui voto doveva incidere al 50 % sul risultato finale, si sentono vistosamente presi in giro da esiti finali tanto diversi dalle loro indicazioni.

E insomma, è un grande pasticcio, che chiude la più moscia serata di questo Festival. Una serata che era stata fino a quel momento quasi tutta autopromozionale, sembrava che si dovesse passare il tempo in attesa del verdetto finale. Poi, dalle 23,30, si è scatenato il pandemonio. Una impossibile conciliazione tra due modi di intendere una gara di canzoni, se debba prevalere la qualità oggettiva valutata dai professionisti o il giudizio popolare.

Come se non bastasse, subito dopo le clamorose proteste, Maurizio Costanzo, tra l’altro sulle note del «Maurizio Costanzo Show», è salito per la prima volta in vita sua sul palcoscencio dell’Ariston. Emozione, certo, stupore per l’eclusione, per esempio, di Arisa, «io le avrei fatto cantare Se telefonando, guarda un po’», ma soprattutto, in puro stile constanziano, incontro con gli operai di Termini Imerese. Poi l’intervento di Pier Luigi Bersani che era in sala, poi del ministro Scaiola, sviluppo economico, in sala pure lui. Entrambi non si fanno sfuggire l’occasione ghiotta di una platea così ampia, e tra l’altro già scaldata, esacerbata, per esprimere la loro opinione sulle possibilità di trattative e sul futuro della fabbrica. Si dilunga, Scaiola, tant’è vero che Clerici richiama all’ordine: «Siamo al Festival di Sanremo».

Già, proprio questo Festival di Sanremo che qualche soddisfazione le ha date. Serate più veloci, intanto: questo è stato uno dei motivi del successo. Una conduttrice che ha azzeccato la via giusta, fatta di schietta popolarità, però glitterata, ieri il glitter era tutto nero. Polemiche, poche, ma significative: Morgan all’inizio, il fischiato Trio in corso d’opera. Una sorellanza proclamata con le colleghe, con le eccellenze femminili, con le mamme. Cantanti mediamente più giovani, canzoni mediamente gradevoli, alcune decisamente «da Sanremo», altre meno, però mai astruse. Un rinato interesse del pubblico. Una sinergia Rai, tutti i programmi a seguire Sanremo, Radiouno scatenata. Una volontà precisa di rendere gli ospiti funzionali al sistema.

La tendenza femminile del Festival non è stata confermata dai finalisti. Peccato, perché c’erano ottime professioniste. Malika Ayane, per esempio, pareva avrebbe messo d’accordo tutti: è soprattutto sull’esclusione suo mome che gli orchestrali sono scattati. La serata ha avuto tante cose in programma, ma soprattutto tanti autospot. E pure autocelebrazione, con il direttore generale della Rai Masi che in palcoscenico si è intrattenuto con una rappresentanza delle maestranze. I dieci finalisti cantavano, in rigoroso ordine estratto a sorte, e la Blonde aveva una parola buona per tutti. Al vincitore Valerio Scanu chiedeva come si fa «a far l’amore in tutti i laghi, ma già, tu sei giovane». Alla fine dell'esibizione del contestato trio ha domandato che cosa si prova quando si ricevono i fischi. Il principe: «E’ uno stimolo per andare avanti, e sono sempre più convinto che questa sia una bella canzone per tutti». E Pupo: «Io in tanti anni non ho mai sentito una contestazione così insiegabile, ma la rispetto».

E poi, le arti di scena e molta promozione, per chi balla, chi canta e fa le fiction: Lorella Cuccarini nuda sotto la chitarra, onore e gloria alle ultraquarantenni: «Ho visto il lato B della Cuccarini. È proprio una topolona», sono ragazze. I bambini, «che sono il futuro del mondo», già pronti a lanciare Ti lascio una canzone, e proprio questa parte lunghissima ricordava da vicino i vecchi insopportabili Festival. Divertenti Emilio Solfrizzi, Carlotta Natoli e gli altri protagonisti della seconda serie di Tutti pazzi per amore, in arrivo su Raiuno, impegnati a ballare come gli indiani di Shakalaka baby.

 

Il Festival 2010 ha fatto harakiri
Vince Scanu, poi Pupo e Mengoni

MARINELLA VENEGONI
SANREMO

Mai visto niente di simile. L'orchestra che ha sopportato in silenzio, votando in tutti questi giorni anche fra le polemiche e prendendosi bacchettate, ha accolto l'annuncio delle esclusioni buttando gli spartiti in mezzo al palco.
Come previsto, la tv ha vinto sulla musica. X-Factor, Amici, Raiuno. E' stato per il Festival come un suicidio: d'ora in avanti, sempre meno artisti accetteranno di mettersi in gioco, visto che lcon il metodo del televoto, la gente vota ormai solo i cantanti che escono dai talent show.
Grazie dei fiori, eh.
Il televoto ha poi deciso l'incoronazione di Scanu. Secondi Pupo&il Principe, terzo Mengoni.
Il maestro Sabiu ha chiesto di divulgare i voti dell'Orchestra. Ma il direttore artistico Mazzi è sparito dalla circolazione.
A notte fonda, un maestro mi ha confidato che è stato proibito agli orchestrali di divulgare la loro classifica (ma la più votata è stata Malika Ayane, e a Pupo&C. sono andati tutti "1").
Il maestro mi ha anche detto che gli orchestrali ora temono per i futuri ingaggi.

 

Enrico Ruggeri: "Io, ultimo samurai a fare harakiri"
LUCA DONDONI
SANREMO

Enrico Ruggeri eliminato venerdì sera dal televoto e dall’orchestra sanremese con il collega Fabrizio Moro, è rimasto malissimo per la decisione: «A fine serata ho messaggiato a qualche giornalista amico. Il testo era più o meno questo: la decisione sancisce la fine dei cantautori al Festival. E’ ormai chiaro che Sanremo non se ne fa nulla di noi e immagino che in futuro, sempre che ci sia qualcuno che accetti, non ci inviteranno nemmeno». Per la verità Rouge si era già detto amareggiato perché alla conferenza del pomeriggio la sala stampa non era gremita di colleghi e a suo dire mancavano i nomi altisonanti della critica italiana. «Mi ero imbrunito.

Credevo di meritare un po’ più di rispetto e il fatto di tornare al Festival con un nuovo cd che prelude la partenza di un tour potesse interessare. Quando mi sono spostato nella sala delle radio mi sono sfogato dicendo che almeno con i radiofonici si può parlare di musica di un certo genere e volare alto senza doversi per forza confrontare con scandali, scandaletti, principi o dialetti».

Ruggeri dice di considerarsi nella fascia cantautorale A2, un artista che in Italia ha il suo valore e per questo meriterebbe più rispetto. «Alex Britti, e non ti dico quanti altri hanno mandato messaggi di solidarietà; proprio Alex ha detto che la cosa più strana di questo Festival è che io ci sia venuto. Luca Barbarossa: “La tua esclusione è un attestato di estraneità a questo deserto di idee”. Non le sto a dire che cosa mi hanno detto o mandato a dire i miei amici della Nazionale Cantanti Gianni Morandi e Eros Ramazzotti». Lo dica, siamo curiosi. «Eros è stato quello un po’ più pesante ma ci sta, è nella sua indole. Gianni è stato più leggero ma ha espresso grande perplessità». Possiamo chiederle che cosa ha fatto ieri sera? «In tv c’era Inter-Sampdoria e quindi ero sintonizzato sulla partita».

A chi gli fa presente che potrebbero esserci i presupposti per un ricorso sull’esito della gara, risponde «può darsi sia così, ma davvero la cosa non mi riguarda». Le ore passano, il livore si stempera e Ruggeri non si dimentica delle altre sue attività, ovvero di essere un conduttore televisivo di buon successo con le trasmissioni sul paranormale in onda su Italia 1. «È vero sono anche un uomo tv - ammette - e conosco abbastanza bene certi meccanismi. Fin quando serve il Ruggeri commentatore dello scandalo-Morgan lo invitano a Porta a Porta e ci farciscono i talk-show. Quando invece bisogna pensare a me come a qualcuno che può dire la sua nel mondo della musica... mah! Lasciamo stare». Addio per sempre all’Ariston, dunque? «Per come stanno le cose non credo che vedremo personaggi blasonati disposti a mettersi in gioco partecipando alla gara. I big sì, ma solo per cantare un loro successo o un tributo da trasformare in un momento di spettacolo. Mi sa che sono stato davvero l’ultimo samurai, ma d’ora in poi “harakiri” lo farò fare a qualcun’altro».


IL GIORNALE

Il televoto premia Scanu. «Amici» rivince Sanremo
PAOLO GIORDANO
SANREMO
Ha vinto Valerio Scanu. Vittoria prevedibile ma clamorosa. Perché bissa quella dell’anno scorso di Marco Carta, sempre targata «Amici». Quando ha detto l’ultimo, conclusivo, liberatorio «Grazie a tutti. E un po’ anche a me», Antonella Clerici non aveva neanche torto. Era uscita da poco dal tourbillon della finale a tre: Pupo con Emanuele Filiberto e il tenore Luca Canonici, poi Valerio Scanu e Marco Mengoni, proclamati tra fischi violenti, sparsi in sala stampa ma anche in platea. Persino il direttore dell’Orchestra aveva chiesto con una scelta clamorosa in diretta tv di rendere noto il voto dei suoi musicisti, evidentemente diverso da quello del televoto, mentre loro tiravano per aria gli spartiti in segno di protesta. E il pubblico: «Venduti, venduti». Un putiferio mai visto negli ultimi vent’anni. Lei aveva portato avanti un Festival d’altri tempi perché ha anestetizzato le polemiche pelose, ha risposto con un sorriso persino a chi la chiamava «Antonulla» e ha dato un bel di po’ di serenità a un pubblico in overdose di parole violente che ormai in tv piovono a tutte le ore. Perciò per forza adesso si gode il successo e bye bye, cara sessantesima edizione. L’inizio è stato veloce e mica solo perché il Festival furbetto è iniziato subito dopo il Tg1 per evitare di finire troppo tardi e lei, vestita per la prima volta con un elegante abito nero, ha snocciolato in rapida sequenza i primi tre concorrenti, tutti e tre, toh che caso!, griffati dai talent. Valerio Scanu, finalmente a suo agio. Noemi, bella canzone ma che vestito. Marco Mengoni, il solito putiferio.
Se ci pensate, Maurizio Costanzo, l’unico vero debuttante di ieri sera, è salito sul palco poco prima di mezzanotte. Aveva con sé tre operai di Termini Imerese e poi ha fatto qualche battuta con i politici in sala, dal ministro Scajola fino al piddino PierLuigi Bersani. Tutto il resto della sera, arrivo di Mary J Blige compreso, è stato un signor show con una sola tensione liberatoria: farla finita, proclamare il vincitore e lasciar partire la sigla finale. I cantanti, d’accordo. Ma persino quando, giusto pochi minuti dopo l’inizio, Emilio Solfrizzi travestito da indiano ha presentato con un balletto alla Bollywood il cast di Tutti pazzi per amore, c’era in scena il profumo soffuso dell’attesa. Mentre la Clerici è scesa in platea a salutare Milly Carlucci, Max Giusti, Bianca Guaccero e Pino Insegno, tutto sembrava un rituale bello, pieno, ma sospeso.
La vittoria. La fine dei cinque giorni che, come ogni volta, cambiano l’Italia. Da oggi forse la tv perderà un po’ di inutile isterismo, la musica sarà ancora più centrale in tv e la gente sarà considerata - da chi crea ogni giorno la tv - meno stupida di quanto finora abbia fatto comodo. Anche l’autospot di Ti lascio una canzone, il programma di Antonella Clerici che parte il 27 marzo - con tanto di presentazione di undici bambini - è filato via liscio. Idem quando è apparsa Lorella Cuccarini, che poi ha fatto quello che da settimane prometteva di fare al Festival: si è finalmente vestita con una sola chitarra - già - e lo ha fatto pure con una eleganza disillusa che non era poi così facile immaginare. Poi Mary J Blige. Superstar. Stravagante. Voce cristallina. Avrebbe dovuto duettare con quel Tiziano Ferro che, dopo una tiritera di indiscrezioni e smentite e ritrattazioni, ha definitivamente rinunciato presentando un certificato medico per una laringite. Sarà. In ogni caso Mary J Blige ha cantato Each tear dal suo prossimo album, dimostrando che non ha praticamente limiti, se non quelli del suo carattere. E poi, paragonando il suo passaggio a quello dei ballerini di Michael Jackson, quelli che lo hanno seguito anche nelle prove di This is it, la vittoria è assicurata: tanto superba lei, tanto incellofanati loro. L’unica caduta di tono della serata. L’unico inciampo.
Anche quando sono arrivati i tre più contestati del Festival, il Principe, Pupo e il Tenore, la sala ha, come prevedibile, scaricato un po’ di fischi ma mica poi tanto. S’è sempre fatto, all’Ariston: e solo la dittatura della tv ha ridotto questo rito - il fischio - che in fondo è il sale di ogni esibizione. O la va. O la spacca. Il trio è andato e ha battuto i fischi: «In trent’anni» - parola di Pupo - «non avevo mai sentito una contestazione preventiva come questa. Ma la rispetto». Pure il Festival è andato: missione compiuta, ha zittito tutti, persino quelli che di mestiere rovesciano fango. «Grazie a tutti. E un po’ anche a me».

 

IL SECOLO XIX

A Scanu il Festival dei fischi
Oltre 12 milioni per la finale

RENATO TORTAROLO
SANREMO

Il Festival dei tumulti, delle contestazioni a ministri, politici e cantanti, è finito con la vittoria di Valerio Scanu e della sua “Per tutte le volte che”. Ma l’ennesimo exploit del mondo di “Amici”, di cui Scanu è figlio, è naufragato nel clima di protesta che ha finito per travolgere tutto. Non si era mai vista prima una finale in cui il pubblico in sala e l’orchestra insorgessero contro l’Italia del televoto. Un Paese diviso, lacerato anche sui problemi più gravi come la crisi nel mondo del lavoro e la disoccupazione. Sul palco Maurizio Costanzo ha portato tre operai, Calogero, Lucia e Antonino, di Termini Imerese. Ha chiesto come vedono il loro futuro. Lucia, licenziata due anni fa, ha risposto di volere un altro figlio ma di non averne il coraggio.

Poi Costanzo ha dato la parola al segretario del pd Bersani e al ministro dello sviluppo economico Scajola, subito contestati dal pubblico. Costanzo è intervenuto con durezza, ma il copione della protesta non è cambiato affatto dal corso della serata.

Una serata memorabile perché ha spiegato una volta per tutte come il Festival di Sanremo non rappresenti affatto l’Italia e, purtroppo, nemmeno la nostra canzone migliore. E come nemmeno il successo di Antonella Clerici, che ha battuto qualsiasi precedente storico, esprima quel desiderio di sicurezza e di pace che la Rai si è subito affannata a imporre come ragione dell’exploit della conduttrice. Vince un ragazzo semplice, 19 anni, preso in giro per le sue mossette, ma dire che è lo specchio del Paese dopo ieri sera è completamente falso. Dietro di lui si è imposto il trio Pupo, Emanuele Filiberto e Luca Canonici con “Italia amore mio” e al terzo posto c’è Marco Mengoni, 21 anni, con “Credimi ancora”.

Canzoni a parte, con il gesto clamoroso degli orchestrali che hanno stracciato i loro spartiti quando hanno saputo l’esclusione di Simone Cristicchi e Malika Ayane, vincitrice del premio della critica, la finale di ieri conferma che puntare al basso, all’iper popolare, confidando che tutto vada a posto scegliendo una canzone, è una pura illusione. E un imperdonabile errore sul piano della comunicazione. I musicisti hanno chiesto a un’imbarazzata, e diciamolo pure anche indignata, Antonella Clerici che venisse reso pubblico il loro verdetto. Ma non è stato possibile e tutta la contestazione si è rivolta per l’ennesima volta contro il trio più disastrato e mal sopportato di questa edizione. Il sospetto che Pupo e i suoi amici abbiano fatto di tutto per prendersi la vittoria finale ha indispettito tutti all’’Ariston, ma la china si è fatta ogni minuto più pericolosa.

Quello che doveva essere il Festival delle donne, e che in parte è stato nobilitato proprio da figure femminili di successo, da Jennifer Lopez alla regina Rania di Giordania, è diventato una battaglia sul campo fra chi vuole il rinnovamento, non solo nella musica, e chi invece si affida ancora alla retorica più spinta di cui la canzone del trio “Italia amore mio” è un esempio mortificante. Così le parole accorate dell’operaia Lucia, che spera solo di tornare a essere madre, ma anche quelle di Bersani che chiede di «non vedere più operai sui tetti» e di Scajola che vuole per «uno sviluppo industriale» corretto per quello stabilimento, vengono travolte da un malessere che, almeno nei confronti dei due politici, si esprime a fischi.

Meno male che questo doveva essere il Festival del rilancio e dell’apertura ai giovani. In realtà ci sono due Paesi paralleli, che non si incontrano quasi mai e che il Festival a intervalli regolari, come il passaggio delle comete, avvicina soltanto.

Ma se per il trio scoppiano le contestazioni, se per tutta la settimana ha infiammato il Paese su “Italia amore mio”, un motivo ci sarà. La canzone è brutta, retorica, piena di un patriottismo vecchio che non ha nulla da dividere con l’amore e l’orgoglio di essere italiani. Per non dire del sospetto che il trio abbia fatto di tutto per stravincere: «I fischi ci danno la forza di andare avanti» dice il principe «perché questa canzone unisce tutti». E Pupo: «Una contestazione così preventiva non l’avevo mai sentita, ma la rispetto».

Sul piano dello show, oltre al debutto all’Ariston di Costanzo, trasformato in una palestra in cui il giornalista ha dovuto zittire i più scalmanati in platea e galleria, le canzoni si sono ripresentate esattamente come nei giorni scorsi, mentre il numero dei bambini prodigio di “Ti lascio una canzone” è stata francamente imbarazzante. Con una proliferazione sempre più invadente di talent che sfornano figurine inquietanti. Poi c’è stato il siparietto di Lorella Cuccarini, praticamente nuda, ma coperta da una chitarra. Puntuale è arrivata la gaffe della Clerici che, avvicinando la soubrette, ha esclamato: «Ho visto il lato B della Cuccarini». Quando qualche giorno fa abbiamo detto che la Clerici a questo punto potrebbe anche scendere in politica, lei lo ha escluso. I politici, con un certo snobismo, hanno annuito. Per carità, continui a fare il suo mestiere. Ma nelle ultime ore Antonellona è diventata importante, improvvisamente è cruciale che rassicuri gli italiani. Come se non ci fossero abbastanza emergenze da affrontare, da destra e sinistra si invita la conduttrice a rimanere al suo posto, non si capisce bene quale, per continuare a tranquillizzare la truppa. Come ipocrisia non è male. Ora sappiamo che non è vero, che la televisione non tranquillizza proprio nessuno. E che la gente vuole far sentire la propria voce anche assaltando, metaforicamente, il palco di Sanremo.

 

IL MESSAGGERO

Sanremo, il festival dello scontento:
nell'Ariston in rivolta vince Valerio Scanu

SIMONA ORLANDO
SANREMO

SANREMO (21 febbraio) - L’ordine esatto di arrivo è Valerio Scanu, il trio Pupo-Emanuele Filiberto-Luca Canonici, Marco Mengoni. Sì, avete capito bene: l'avverarsi dell’ipotesi più temuta e, inoltre, un’ingiustizia in seno a un’ingiustizia. Già l'annuncio della terna finale aveva fatto rivoltare la platea: l’orchestra ha buttato via gli spartiti, la sala stampa è crollata. Man mano che la Clerici escludeva i concorrenti migliori, il pubblico dell’Ariston si agitava, urlava “vergogna” e “venduti”, la sala gremita di giornalisti si prodigava in fischi, gli orchestrali si sdegnavano e chiedevano di rendere noto il loro voto. Non riuscivano a credere possibile che il loro gusto fosse esattamente l'opposto di quello espresso dal televoto. Nell’atmosfera di contestazione generale gli operai di Termini Imerese, intervistati da Maurizio Costanzo, si inserivano come un altro tassello di un paese in crisi. Poi l’altra beffa: all’interno della finalissima Marco Mengoni è arrivato ultimo, lui, l’unico lì in mezzo ad avere la stoffa, presenza scenica (ancora da governare), una voce che ha toccato anche Mina. Sembra impossibile che la volontà popolare (che la Clerici tanto invoca e rispetta) si esprima in questa direzione. Morgan avrebbe dissentito: «Quando fu chiesto al popolo di salvare uno dalla croce, fu scelto Barabba».

L’invasione del pianeta sanremese da parte degli ultracorpi usciti dai talent show iniziò lo scorso anno con Marco Carta. Era l’avvisaglia che la futura proposta discografica sarebbe stata intercettata nei programmi televisivi e non nei club, dove in genere chi fa davvero questo mestiere sta e, purtroppo, resta. Per quanto riguarda il Principe, ce lo aveva assicurato subito dopo l’esclusione, che sarebbe rientrato e si sarebbe posizionato tra i primi sei. E non perché avesse qualità divinatorie. Emanuele Filiberto ha presto capito i meccanismi televisivi, ha imparato che la gente vota il personaggio e non la canzone, la quale, oggettivamente, è la peggiore di questo e altri festival, la più ruffiana, insincera, musicalmente insufficiente.

Dopo il festival è il trio stesso ad ammettere: «E’ stato un gioco, noi facciamo un altro mestiere, non abbiamo un disco pronto, né canteremo più». Giorgio Gaber cantava: “E’ anche troppo chiaro agli occhi della gente che tutto è calcolato e non funziona niente. Io non mi sento italiano ma per fortuna o purtroppo lo sono”.

E’ il Sanremo del nostro scontento, quello che pur avendo una possibilità di riscattarsi artisticamente, premiando ciò che aveva di buono, inciampa su se stesso, si riduce a una pagliacciata, fa crescere in chi ha un minimo di sensibilità artistica una forte indignazione. Slittano fuori dal podio brani meritevoli tipo Per tutta la vita di Noemi, La cometa di Halley di Irene Grandi, da subito considerata una delle migliori, Meno male di Simone Cristicchi, Malamorenò di Arisa (da ringraziare per la scelta deliziosa delle sorelle Marinetti). Malika Ayane ha almeno vinto il Premio della critica Mia Martini, distaccando chiunque altro. Ha classe e qui ci è arrivata per suo merito (appoggiata da Sugar di Caterina Caselli e col valore aggiunto di Pacifico al testo) presentando uno di quei progetti destinati a funzionare a lungo termine. La sua canzone Ricomincio da qui è suggestiva, prevertiana, si insinua pian piano fino a convincere e coinvolgere, è un po’ la sua rivincita per lo scorso anno, quando la bella Come foglie fu sottovalutata e dovette trovare da sola il vento giusto. Alla notizia del premio si è detta orgogliosa dell’insurrezione dell’orchestra in difesa del suo brano, ma ha anche confessato che non ha sperato neanche per un attimo di vincere contro il mostro tentacolare del televoto.

Nell’ultima serata Emilio Solfrizzi si è esibito in un numero bollywoodiano tratto dal musical Shava Shava, i bravissimi ballerini di This is it hanno fatto il tributo a Michael Jackson, precisi come orologi, in una danza quasi sincronizzata su coreografie in stile suo (si dichiarano eternamente grati al lavoro di Jacko, lo descrivono maniaco della perfezione, persona amorevole, genio, profeta, fratello, amico del pianeta e ispiratore dell’umanità), a seguire Lorella Cuccarini, coperta solo da una chitarra, ha presentato stralci di Il pianeta proibito. Dopo l’ondata di bambini Iko Iko e di Ti lascio una canzone, Mary J Blige, pur senza Tiziano Ferro, ci ricorda cosa vuol dire avere una gran voce e fare musica seria.

Si chiude all’amatriciana, con le tagliatelle di nonna Pina, un’edizione che ha alzato fiera il tricolore (con Italia, amore mio, il CT della Nazionale Lippi, Miss Italia, le gonne bianco rosse e verdi delle Divas e della Clerici, la celebrazione del sessantesimo), decisamente al femminile, segnata da principesse da sogno (Sissi e Rania di Giordania), principi popolari che battono scugnizzi popolani, e pacifici accordi commerciali.

Ha fatto un certo effetto vedere il teatro Ariston trasformato in una torta nuziale di cui ognuno si prende una fetta: centro, destra, sinistra (che si è accaparrata il dopofestival su Youdem e un posto per Bersani in platea). Undici milioni di italiani fanno gola a tutti. Ecco perché oggi c’è un’unica Raiset, la nuova creatura delle larghe intese, contraria allo scontro frontale della programmazione, rinunciataria per il bene comune. D’altronde, se mal comune mezzo auditel, meglio l’alternanza. Così Oriazi e Curiazi depongono le spade e convivono tranquillamente in sala, da una parte la colonia di amici con Maria De Filippi, Maurizio Costanzo (l’ultima volta che indossava una cravatta è stato al suo matrimonio), Pierdavide Carone, autore del brano di Valerio Scanu (quello che fa l’amore in tutti i laghi), Alessandra Amoroso che ha duettato con lui, il coreografo Daniel Ezralow. Dall’altra il coreografo di X Factor Luca Tommassini, il vincitore del talent Marco Mengoni, la brava Noemi, Mara Maionchi e il suo pupillo già premiato ieri nella categoria Nuova generazione Tony Maiello, Francesco Facchinetti,l’assente Morgan.

Vincitrice su tutti Antonella Clerici, una presenza rassicurante, la moglie e non l’amante, quella che mentre veste l’abito buono e i tacchi alti sottintende che preferirebbe un paio di ballerine e una tuta, disposta a prendersi in giro, a farsi carico sola delle faccende di casa (l’unica vera spalla è stata il maestro d’orchestra Sabiu), a mostrare entusiasmo per tutto e tutti, anche a costo di usare superlativi bugiardi (“elegantissimi” i minatori di Santa Fiora, “meravigliose” le battute di Cassano lette male al gobbo etc…), comunque sempre serena, rispettosa delle canzoni e premurosa con i cantanti in gara.

Certo chiamarla gara è un esercizio di nostalgia. Quello che manca ed è mancato nelle ultime edizioni è proprio l’attesa, la partecipazione del pubblico alla tensione degli artisti, il tifo indotto, cioè non aprioristico bensì frutto di una conquista lenta. La competizione che tiene col fiato sospeso, fidelizza, soddisfa e soprattutto si svolge secondo regole chiare, trasparenti, che diano credibilità al risultato. La filosofia aristoniana ormai si basa sul rimpasto di format di successo (I raccomandati, Ti lascio una canzone, Zelig, fiction varie), sull’invito “in gara” di personaggi - calamite di ascolti a prescindere dal brano che hanno a disposizione (non vogliamo credere che questo sia il meglio della musica italiana), sull’idea che alla gente vada dato ciò che vuole.

Ma la musica non è un’imbeccata, è anche, anzi soprattutto, una proposta, una scoperta, una sfida. La nostra critica della ragion pura consiste nell’interrogarci programmaticamente circa il fondamento del televoto: perché permettere questa scellerata modalità, chi ne decide la validità? E’ una puntata al casinò, più soldi hai da giocare più possibilità hai di vincere. Difficile fare pronostici, bisogna affidarsi alle scommesse dei bookmaker? Alle dinamiche elettive dei reality? Può succedere l’imprevedibile, anche che un escluso come il Trio o Scanu venga ripescato e vinca. Vale la meritocrazia o la democrazia? Spesso viaggiano in direzioni opposte. Per citare Battiato in Povera patria: “Questa democrazia che a farle i complimenti ci vuole fantasia. Non cambierà, non cambierà, non cambierà, forse cambierà”.

 

IL TEMPO

Amici sbanca Sanremo
Vince Valerio Scanu

Amici fa il bis. Valerio Scanu con la canzone "Per tutte le volte che..." ha vinto la sessantesima edizione del Festival di Sanremo e succede nell'annuario della kermesse a Marco Carta, anche lui proveniente dal talent show dii Maria De Filippi. Al secondo posto si è piazzato il trio composto da Pupo, Emanuele Filiberto e il tenore Luca Canonici con il brano "Italia amore mio", mentre terzo classificato è Marco Mengoni con il brano "Credici ancora". Il verdetto decisivo e' stato determinato unicamente dal televoto.
Contestati i finalisti - Il verdetto a sorpresa, dato per metà dal televoto e per metà dalle preferenze degli orchestrali, che ha determinato i tre finalisti, ha visto eliminati artisti che erano invece dati per favoriti per il successo, come Malika Ayane, che ha vinto il premio Mia Martini, Irene Grandi, Simone Cristicchi. L'esito è stato duramente contestato dal pubblico in sala, via via che "saltavano" i nomi dati per favoriti. Il successivo sorteggio ha fatto sì che nel turno decisivo si esibiranno nell'ordine Mengoni, Scanu e il Trio.
L'orchestra straccia gli spartiti - Alla lettura dei nomi dei finalisti clamorosa protesta del'Orchestra Festival Sanremo: i professori hanno stracciato gli spartiti musicali e gettato per aria i pezzi di carta. Il televoto ha ribaltato il giudizio dell'Orchestra eliminando artisti che invece dal punto di vista strettamente musicale erano stati ritenuti più meritevoli. Il direttore dell'Orchestra, Marco Sabiu, si è fatto portavoce della protesta dicendo che il giudizio era stato ben diverso da quello espresso dal televoto ed ha quindi chiesto che venisse reso noto, ma il direttore artistico del Festival, Gianmarco Mazzi, ha detto di no perchè per regolamento quel verdetto deve rimanere - o quantomeno in questa fase - segreto, riservato. Il verdetto del televoto e' stato accolto negativamente dalla stessa Clerici che in due-tre occasioni si è fatta scappare un'espressione di sorpresa - "No!" - per l'eliminazione di alcuni: è stato nel caso di Irene Grandi, Simone Cristicchi e Malika Ayane.

 

IL RESTO DEL CARLINO

Valerio Scanu vince Sanremo
Ma è la finale delle proteste e l'orchestra butta gli spartiti

Sanremo, 20 febbraio 2010 - E' Valerio Scanu il vincitore della 60/ma edizione del Festival di Sanremo. Battuto il superfavorito Marco Mengoni (terzo posto) e il trio Pupo-Emanuele Filiberto-Luca Canonici (secondo).
A decretare il successo finale dell'ex concorrente di 'Amici' è stato il solo televoto, già artefice di un verdetto molto contestato che aveva escluso dal podio Malika Ayane (vincitrice del premio della critica 'Mia Martini'), Noemi (altra scoperta dei talent show) e Irene Grandi.
LA CRONACA. Inizio a sorpresa per la finale della sessantesima edizione di Sanremo. Raiuno cancella 'Affari Tuoi' (per non far finire troppo tardi la serata tradizionalmente più lunga della kermesse ed evitare di perdere ascolti) ed ecco Daniel Ezralow, vestito da domatore del circo, che guida una ridente invasione di cento bambini sul palco dell'Ariston.
Ad accogliere tutti c'è la padrona di casa Antonella Clerici, per la prima volta in abito nero, che lancia subito la gara con un trio di scoperte dei talent show: Valerio Scanu ('Amici'), Noemi (X' Factor') e Marco Mengoni (ancora 'X Factor').
A interrompere la tensione della competizione ci pensa la Bollywood tutta da ridere di Emilio Solfrizzi, che, abbigliato come un divo indiano e attorniato da ballerini in costume stile 'The Millionaire’, canta 'Shava Shava' con un testo in simil grammelot. Il tutto per annunciare la nuova edizione della fiction 'Tutti pazzi per amore'.
Poi di nuovo spazio ai cantanti. Tocca a Povia che, dopo la sua esibizione, fa i complimenti ad Antonella Clerici "perché in questo Paese dove non c’è niente di normale hai fatto un festival normale ed efficace".
Quindi spazio all'omaggio-tributo a Michael Jackson con Travis Payne, coreografo e ballerino per 18 anni accanto al compianto 're del pop'. Payne guida un balletto a tre che faceva parte dello show che avrebbe dovuto segnare il ritorno di Jacko sulle scene. Poi improvvisa il famoso moonwalk, il passo che ha reso leggendario l'interprete di 'Thriller'.
Si riparte con Malika Ayane (che indossa una maglietta con su scritto Start Living Again, pro-ricerca sulla Sla), poi è la volta di Irene Grandi che regala anche una nota di gossip ("Sono single").
Quindi tocca a Pupo, Emanuele Filiberto eCanonici (accolto dall'ormai consueta divisione della platea tra fischi e applausi). Il trio è più determinato che mai con Pupo che, alla fine, dice: "Sono 30 anni che vengo a Sanremo e non ho mai visto una contestazione preventiva come questa. E' incomprensibile ma la rispetto".
Gli ottavi a esibirsi sono Irene Fornaciari e i Nomadi, prima della performance di Lorella Cuccarini che presenta il suo nuovo musical 'Pianeta proibito'. La più amata degli italiani appare in scena praticamente nuda, vestita solo con una chitarra, e con lo schermo alle sue spalle propone una sorta di video clip dal vivo interpretando una serie di variazioni sul tema di 'Fever'.
Poi tocca agli ultimi due concorrenti in gara Simone Cristicchi, che chiude ricordando Alda Merini, la poetessa con la quale collaborò per la realizzazione del dvd-libro che accompagnava 'Ti regalerò una rosa' (che vinse Sanremo nel 2007). A chiudere la riproposizione delle canzoni è Arisa con la sua 'Malamoreno'.
In attesa del risultato combinato di orchestra e televoto, la Rai si autocelebra invitando sul palco una rappresentanza delle maestranze. Poi Antonella Clerici porta sul palco i giovani interpreti del suo programma 'Ti lascio una canzone'. Sul palco è quindi la volta di Mary J. Blige, che rimasta sola dopo il forfait di Tiziano Ferro, canta 'Each tear' e poi parla in termini entusiastici del presidente Obama.
Finalmente arriva il verdetto. Vengono annunciati gli esclusi: spariscono via via tutti i favoriti, da Irene Grandi e Malika Ayane, da Noemi a Simone Cristicchi. In ballo per la vittoria restano in tre Valerio Scanu, Marco Mengoni e il trio Pupo, Emanuele Filiberto e Luca Canonici, mentre si levano fischi e urla ("Vergogna" e "venduti" echeggiano per la sala). Anche gli orchestrali protestano, accartocciando e gettando via gli spartiti.
A riportare la pace è l’ingresso di Maurizio Costanzo. Pace che, però, dura lo spazio di pochi minuti. Il giornalista vira lo show in talk politico portando sul palco tre operai di Termini Imerese. Dopo aver ascoltato la situazione e le preoccupazioni dei lavoratori cassaintegrati, Costanzo dà la parola al segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, che siede in platea. Il segretario del Pd elogia l’invito dei lavoratori sul palco spiegando che "non è possibile mandarli sui tetti". Ma la platea lo fischia.
Costanzo passa la parola al ministro per lo Sviluppo Economico, Claudio Scajola, che, 'gioca in casa' (il suo collegio elettorale è quello di Imperia, ndr) e viene applaudito mentre dice: "Tutti i lavoratori stanno soffrendo la crisi. Per lo stabilimento di Termini Imerese dobbiamo trovare una soluzione che sia compatibile con la competitività".
Finalmente si ritorna alla gara e alla nuova esecuzione delle tre canzoni che si contendono la vittoria. Poi si esibisce la banda dei carabinieri e Antonella Clerici chiude il televoto, chiamando sul palco Malika Ayane a ritirare il premio della critica intitolato a Mia Martini.
Alla fine, a sorpresa, trionfa Valerio Scanu, uno dei ripescati del giovedì sera. Piazza d'onore per il trio con Pupo-Emanuele Filiberto e Luca Canonici, mentre al terzo posto si piazza il tanto applaudito Marco Mengoni. E sulle note di 'Per tutte le volte che' si chiude il sipario sulla sessantesima edizione.

 

L'UNITA'

Caos Sanremo, vince Scanu. L'orchestra in rivolta

ROBERTO BRUNELLI
SANREMO

La favola marcia di Sanremo, abitata da piccoli Frankenstein cresciuti nelle fabbriche del consenso e da una lunga teoria di principi e regine, è tenuta in vita dalla mistica potentissima e oscura del televoto. Una specie di claustrofobica dittatura televisiva, che ha portato sul podio del festival di nuovo “Amici”, con il prodotto Mediaset chiamato Valerio Scanu, catapultato sull’Ariston sull’onda di un popolo di blogger e fan attaccati freneticamente ai propri cellulari, un micidiale virus capace di incoronare su una tempesta di fischi e di grida l’ultimo dei Savoia, il Pupo e il tenore con “Italia amore mio”. Terzo, grazie alle larghe intese, Marco Mengoni, costruito pezzo per pezzo dal marketing Rai nelle officine di “X Factor”. Una potenza di fuoco che non poteva che schiacciare la sinuosa voce vellutata e marocchina di Malika Ayane e la paradossale ironia di Simone Cristicchi, un virus infinitamente più virulento del nomadismo di Irene Fornaciari e persino del cinismo mortifero di Povia.

Sanremo è anche questo. È una finale che fa tremare il paese catodico, è la Clerici che invoca “il popolo sovrano”, sono le urla dell’Ariston (“venduti, venduti!”), è l’orchestra del festival che strappa per protesta gli spartiti, sono le “Tagliatelle di nonna Pina” e la banda dei carabinieri che suona “Guerre stellari”. Certo, è anche Maurizio Costanzo che accoglie sul palco tre operai di Termini Imprese e coinvolge Bersani, seduto in terza fila insieme alla figlia Elisa di 26 anni (“Sempre meglio a Sanremo che sui tetti”, dice lui rivolto agli operai), è quella parte della platea che reagisce vociando, finché Costanzo fa parlare – par condicio – anche il ministro Scajola.

Il segretario del Pd, nel pomeriggio braccato da giornalisti e fotoreporter come fosse un animale raro, si è ritrovato a notte fonda al Dopofestival di Youdem a cantare insieme al popolo dei festivalieri “irregolari” del Pd un Celentano doc.
Alla fine, è una specie di tumulto mediatico arrivato a materializzarsi nei tumulti veri e propri che hanno accolto, venerdì notte, il principe Emanuele Filiberto davanti al ristorante “Da Vittorio”. Un folla (un’Italia) spaccata in due, una massa ondeggiante e compressa in mezzo alla piccola piazza occupata da masse di sedicenti vip, turisti e festivalieri. “Vergogna, vergogna, vergogna!”, urlavano a squarciagola da una parte, mentre dall’altra ragazzine eccitate lanciavano baci e si facevano fotografare insieme al regale rampollo e altri ancora lo sfioravano e lo baciavano (tra questi un anziano monarchico) come una divinità sbucata miracolosamente dal nulla.

I vertici della Rai parlano di “trasparenza” anche di fronte alla notizia che il televoto è gestito da un’azienda del gruppo che realizza “X Factor”, dalle cui officine escono sia Mengoni che il vincitore dei giovani, Tony Maiello. Si tratta della NeoNetwork, ed è stata inglobata dalla Magnolia, la società che realizza il talent show di Rai2 nonché “L’isola dei famosi”. Altro che conflitto d’interessi: come la storia dello spot dei “I raccomandati”, la trasmissione con Pupo e il Principe, mandato in onda durante il festival in barba ad ogni par condicio canora, sbeffeggiata anche dalla abnorme esibizione del regale trio, ieri l’altro, insieme al ct Lippi, con sproloquio vietato dal regolamento annesso. “E’ un’icona, per questo l’ho fatto parlare”, ammette il direttore artistico Mazzi, ignorando forse che le icone nazionali dovrebbero essere le prime a rispettare le regole. Che malmostosi che siamo: le favole non hanno regole. Il re lo sa bene.

 

 


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