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IL CORRIERE DELLA SERA
Valerio Scanu
è il vincitore di Sanremo
Pubblico in rivolta per gli eliminati
SANREMO - Valerio Scanu, classe 1990, è il vincitore del
sessantesimo festival di Sanremo con il brano «Per tutte le
volte che». «Il vincitore più giovane per il festival più
vecchio» ha commentato la Clerici dando l'annuncio. In finale il
talento di Amici se l'è vista con il trio Pupo-Emanuele
Filiberto-Luca Canonici (che ha guadagnato il secondo posto con
«Italia amore mio») e Marco Mengoni, vincitore di X-Factor, che
si è piazzato terzo con Credici ancora».
«VERGOGNA, VENDUTI» - Forti proteste hanno accompagnato
l'annuncio degli eliminati dato dalla Clerici. Orchestra,
pubblico e sala stampa hanno gridato "vergogna", "venduti",
"buffoni" e gli orchestrali in segno di protesta hanno
accartocciato e lanciato gli spartiti. I fischi cominciano dalla
platea quando viene annunciata l'esclusione di Irene Grandi, poi
il pubblico contesta rumorosamente l'uscita di Simone Cristicchi.
Ma l'esplosione della rabbia, anche della Sanremo Festival
Orchestra, si rivela in tutta la sua potenza con l'annuncio
della penultima esclusa, Malika Ayane. Il maestro Marco Sabiu
dice che gli orchestrali vorrebbero rendere pubblico il loro
voto (che unito al televoto dà vita al primo verdetto della
serata). Quando, infine, con l'annuncio dell'eliminazione di
Noemi, si capisce quali sono i tre finalisti, dalla platea
partono i cori "venduti, venduti". In sala stampa la protesta
viene sonoramente appoggiata con applausi e fischi.
COSTANZO E BERSANI - Arriva poi, come un deus ex machina,
Maurizio Costanzo (che anticipa il suo intervento di mezz'ora
per aiutare la Clerici a gestire la situazione, pur ammettendo
«anch'io preferivo Arisa e Cristicchi»): è la sua prima volta a
Sanremo e ne approfitta per ricordare Mike Bongiorno, «che ha
condotto ben undici edizioni del festival». Quindi ha invitato
sul palco tre operai di Termini Imerese: Calogero Cuccia,
dipendente dello stabilimento Fiat; Antonio Tarantino, in cassa
integrazione dopo aver lavorato per varie aziende nel servizio
di pulizia dei cassoni; Lucia La Placa, che ha perso il lavoro
ed è in mobilità (era dipendente della Ergom, poi acquisita
dalla Magneti Marelli che opera per Fiat). Costanzo ha dato la
parola al segretario del Pd Bersani e al ministro dello Sviluppo
economico Scajola, presenti in platea. Ma il mini talk show
politico fa rinascere le contestazioni: la platea fischia il
segretario del Pd, che elogia l'invito dei lavoratori sul palco
spiegando che «non è possibile mandarli sui tetti». Scajola
gioca in casa (il suo collegio elettorale è quello di Imperia) e
viene fortemente applaudito mentre dice: «Tutti i lavoratori
stanno soffrendo la crisi. Per lo stabilimento di Termini
Imerese dobbiamo trovare una soluzione che sia compatibile con
la competitività».
D'ANGELO: UNA VERGOGNA - Durissimo il commento di Nino D'Angelo
(eliminato fin dalla prima serata) alla qualificazione in finale
del trio di Pupo, Emanuele Filiberto e Luca Canonici con una
canzone che definisce «'na chiavica». «È una vergogna. Solo in
un Paese dei balocchi come l'Italia può succedere una cosa del
genere. Non mi fa nemmeno rabbia, ma proprio schifo - si sfoga
il cantante in un'intervista su Sorrisi.com -. Vinceranno il
festival e dire che l'avevo detto già un mese fa. Sono un mago?
No, sono solo uno che fa musica e che pensa che il principe non
ci azzecchi niente con la canzone. Vedrete, ci prenderanno per i
fondelli in tutto il mondo. Sì, certo Pupo è un amico, ma non
sono d'accordo con la sua scelta. Anche a Sanremo vince il
meccanismo dei reality. Un pseudo-principe che vince: lui
l'esilio l'ha già fatto, ma se ci fosse un tribunale della
musica ce lo rispedirebbe subito».
L'ULTIMA PUNTATA - Tra attesa per il vincitore e polemiche, in
particolare sulle voci che davano per probabile una vittoria del
trio Pupo-Emanuele Filiberto-Canonici più volte fischiato dal
pubblico ma "ripescato" dal televoto, la puntata si è aperta con
Daniel Ezralow in veste di domatore da circo che ha diretto
cento bambini che hanno ballato e cantato. Antonella Clerici, in
abito nero per la prima volta in questa edizione, ha dedicato la
finale ai bambini, «il futuro del mondo». Ed ecco la gara: primo
a calcare il palco Valerio Scanu, già da giorni super favorito
per la vittoria (anche secondo il sondaggio di Corriere.it) con
la sua «Per tutte le volte che», condita da qualche stonatura
per l'emozione. La Clerici ha scherzato su un verso del testo:
«Come si fa a fare l'amore in tutti i laghi?». «Dipende dalle
stagioni» ha risposto il cantante. Prima di esibirsi l'ex
concorrente di Amici ha ricevuto un biglietto di Maria De
Filippi che gli faceva gli auguri. Sono seguiti altri due nomi
emersi da talent show: Noemi e Marco Mengoni.
ANCORA FISCHI PER IL TRIO - È seguito un omaggio a Michael
Jackson di Travis Payne, coreografo e ballerino che ha lavorato
per 18 anni accanto al re del pop. Su richiesta della Clerici ha
proposto il passo di danza moonwalk. E vai con le esibizioni:
Povia (che ha fatto i complimenti alla Clerici «perché in questo
Paese dove non c'è niente di normale hai fatto un festival
normale ed efficace»); Malika Ayane, con una maglietta «Start
Living Again» (iniziativa che sostiene la ricerca sulla sindrome
laterale amiotrofica), ha ricevuto il premio della critica
intitolato a Mia Martini e il premio della Sala stampa radio tv
per la sua «Ricomincio da qui»; Irene Grandi (che ha detto di
essere single). Poi è stato il momento del trio composto da
Pupo, Emanuele Filiberto e il tenore Luca Canonici, fischiato
per l'ennesima volta dal pubblico. Il principe ha risposto
ringraziando: «I fischi ti spingono ad andare avanti, ti danno
più forza». Pupo ha aggiunto: «Il primo giorno sono rimasto
molto sorpreso, non mi spiegavo perché. Non era mai accaduto,
eppure di festival ne ho fatti tanti, che ci fosse una
contestazione così ingiustificabile. Comunque la rispetto».
CRISTICCHI E CARLA BRUNI - Tocca poi a Irene Fornaciari e i
Nomadi, con «Il mondo piange»: la figlia di Zucchero dice che
papà le ha dato «tanti consigli: il più importante, essere
onesta con il pubblico, non tradire me stessa sul palco e non
mettere mai la maschera». Inevitabile alla fine di «Meno male»
la domanda di Antonella Clerici a Simone Cristicchi su Carla
Bruni: «Veramente hai chiesto a Carla Bruni di venire a cantare
con te?». «Non so se gli italiani ne sarebbero stati felici» ha
risposto Cristicchi che ha poi voluto ricordare la poetessa Alda
Merini. Arisa con le Sorelle Marinetti e «Malamoreno» ha chiuso
la prima parte della gara. Intermezzo con battuta hard della
Clerici: dopo l'esibizione di Lorella Cuccarini coperta solo di
una chitarra l'ha definita «una topolona». L'ospite
internazionale è stata Mary J. Blidge, rimasta sola dopo il
forfait di Tiziano Ferro: ha cantato «Each tear» e intonato con
la Clerici un corale «happy birthday» per il compleanno del
cantante.
BERSANI CON LA FIGLIA - Tra gli ospiti vip c'era dunque Pier
Luigi Bersani (non in prima fila, per la par condicio),
accompagnato dalla figlia Elisa di 26 anni. «È da sempre che gli
rompevo le scatole con Sanremo. Poi quest'anno mi ha detto:
"dai, andiamo"» ha raccontato la ragazza. Poi i giudizi: «Cristicchi
è simpatico e trascinante, Arisa è molto brava e Malika Ayane è
brava ma forse un po' troppo sofisticata per me». Elisa Bersani
ha seguito il padre nel breve tour a Sanremo prima dell'inizio
del festival. «Ora se riusciamo ad andare in albergo mi cambio
sennò resto in jeans - ha scherzato -. Solo che poi diranno "'sti
comunisti malvestiti"».
LE "PAGELLE" DEL SEGRETARIO - Il segretario del Pd, arrivando a
Sanremo, ha commentato l'andamento della kermesse elogiando la
conduttrice: «Fa benissimo il suo mestiere, ha interpretato
un'Italia che ora ha bisogno di un po' di rassicurazione e
semplicità». Poi anche lui ha formulato le sue "pagelle",
criticando il brano del trio Pupo-Emanuele Filiberto-Canonici
(«L'idea dello sciopero della fame se dovesse vincere non è
male» ha detto riprendendo un'idea del direttore della rivista
di Farefuturo Filippo Rossi) e spiegando che le sue canzoni
preferite sono quelle di Irene Grandi e Simone Cristicchi. Ma si
è rifiutato di immaginare il vincitore: «Un toto Sanremo? No,
non ci provo nemmeno». Restando in tema musicale a chi gli
chiede quale sia la canzone di Vasco più rappresentativa del Pd,
Bersani risponde con sicurezza: «Scelgo "Siamo solo noi", perché
in Italia noi siamo l’unica alternanza possibile a questo
governo. Fatto questo, potremo dire "Vado al massimo"».
«FINCHÉ LA BARCA VA» - Il leader del Pd ha avuto anche un
pensiero per il premier: «Se dovessi dedicare una canzone a
Berlusconi scegliere "Finché la barca va"». Immediata la replica
del sottosegretario alla presidenza del Consiglio Paolo
Bonaiuti: «A Bersani, colto dalla sindrome di Sanremo,
dedichiamo, tutti in coro, "Bella ciao": il nostro addio alla
sinistra riformista che se ne è andata con Di Pietro». E la
deputata del Pdl Margherita Boniver: «Io gli dedico una canzone
d’antan di Bobby Solo che va bene solo per lui: "Una lacrima sul
viso"». Dal canto suo Bersani ha spiegato così la sua
partecipazione al festival: «Non credo che sia una passerella in
vista delle Regionali: credo al principio che se a uno piace la
musica ed è segretario del Pd non capisco perché non possa
andare a Sanremo». E ha apprezzato la presenza di una
delegazione di operai di Termini Imerese: «Perché costringerli a
salire sul tetto? Portiamoli a Sanremo. È molto importante che
certi problemi non siano dimenticati nel momento del
divertimento e che i problemi non vengano cacciati dalla
visibilità».
LA STAMPA
Sanremo: vince
Valerio Scanu,
l'orchestra contro Pupo e il Principe
ALESSANDRA COMAZZI
SANREMO
Ha vinto Valerio Scanu, secondi Pupo, Emanuele Filiberto, Luca
Canonici, terzo Marco Mengoni. E a Sanremo è stata la rivolta.
Rivolta degli orchestrali e del pubblico contro i risultati del
televoto che avevano mandato in finale Mengoni e Scanu, usciti
dai talent show X Factor e Amici, più il trio sempre fischiato
durante ogni sua esibizione. Proteste, spartiti che volano,
carabinieri in sala. Agitazione, il direttore di Raiuno Mauro
Mazza che sparisce, la conduttrice, Antonella Clerici, che cerca
di tenere un contegno fermo, ma visibilmente non sa che fare. E’
pallida. Si appella alle stesse parole che tanto spesso si
sentono usare, in politica: lo vuole il popolo. Dice: «Esistono
delle regole, c’è il televoto del popolo sovrano». Il popolo
sarà anche sovrano, ma pure la musica ha le sue regole,
altrettanto sovrane. E dunque i musicisti, il cui voto doveva
incidere al 50 % sul risultato finale, si sentono vistosamente
presi in giro da esiti finali tanto diversi dalle loro
indicazioni.
E insomma, è un grande pasticcio, che chiude la più moscia
serata di questo Festival. Una serata che era stata fino a quel
momento quasi tutta autopromozionale, sembrava che si dovesse
passare il tempo in attesa del verdetto finale. Poi, dalle
23,30, si è scatenato il pandemonio. Una impossibile
conciliazione tra due modi di intendere una gara di canzoni, se
debba prevalere la qualità oggettiva valutata dai professionisti
o il giudizio popolare.
Come se non bastasse, subito dopo le clamorose proteste,
Maurizio Costanzo, tra l’altro sulle note del «Maurizio Costanzo
Show», è salito per la prima volta in vita sua sul palcoscencio
dell’Ariston. Emozione, certo, stupore per l’eclusione, per
esempio, di Arisa, «io le avrei fatto cantare Se telefonando,
guarda un po’», ma soprattutto, in puro stile constanziano,
incontro con gli operai di Termini Imerese. Poi l’intervento di
Pier Luigi Bersani che era in sala, poi del ministro Scaiola,
sviluppo economico, in sala pure lui. Entrambi non si fanno
sfuggire l’occasione ghiotta di una platea così ampia, e tra
l’altro già scaldata, esacerbata, per esprimere la loro opinione
sulle possibilità di trattative e sul futuro della fabbrica. Si
dilunga, Scaiola, tant’è vero che Clerici richiama all’ordine:
«Siamo al Festival di Sanremo».
Già, proprio questo Festival di Sanremo che qualche
soddisfazione le ha date. Serate più veloci, intanto: questo è
stato uno dei motivi del successo. Una conduttrice che ha
azzeccato la via giusta, fatta di schietta popolarità, però
glitterata, ieri il glitter era tutto nero. Polemiche, poche, ma
significative: Morgan all’inizio, il fischiato Trio in corso
d’opera. Una sorellanza proclamata con le colleghe, con le
eccellenze femminili, con le mamme. Cantanti mediamente più
giovani, canzoni mediamente gradevoli, alcune decisamente «da
Sanremo», altre meno, però mai astruse. Un rinato interesse del
pubblico. Una sinergia Rai, tutti i programmi a seguire Sanremo,
Radiouno scatenata. Una volontà precisa di rendere gli ospiti
funzionali al sistema.
La tendenza femminile del Festival non è stata confermata dai
finalisti. Peccato, perché c’erano ottime professioniste. Malika
Ayane, per esempio, pareva avrebbe messo d’accordo tutti: è
soprattutto sull’esclusione suo mome che gli orchestrali sono
scattati. La serata ha avuto tante cose in programma, ma
soprattutto tanti autospot. E pure autocelebrazione, con il
direttore generale della Rai Masi che in palcoscenico si è
intrattenuto con una rappresentanza delle maestranze. I dieci
finalisti cantavano, in rigoroso ordine estratto a sorte, e la
Blonde aveva una parola buona per tutti. Al vincitore Valerio
Scanu chiedeva come si fa «a far l’amore in tutti i laghi, ma
già, tu sei giovane». Alla fine dell'esibizione del contestato
trio ha domandato che cosa si prova quando si ricevono i fischi.
Il principe: «E’ uno stimolo per andare avanti, e sono sempre
più convinto che questa sia una bella canzone per tutti». E
Pupo: «Io in tanti anni non ho mai sentito una contestazione
così insiegabile, ma la rispetto».
E poi, le arti di scena e molta promozione, per chi balla, chi
canta e fa le fiction: Lorella Cuccarini nuda sotto la chitarra,
onore e gloria alle ultraquarantenni: «Ho visto il lato B della
Cuccarini. È proprio una topolona», sono ragazze. I bambini,
«che sono il futuro del mondo», già pronti a lanciare Ti lascio
una canzone, e proprio questa parte lunghissima ricordava da
vicino i vecchi insopportabili Festival. Divertenti Emilio
Solfrizzi, Carlotta Natoli e gli altri protagonisti della
seconda serie di Tutti pazzi per amore, in arrivo su Raiuno,
impegnati a ballare come gli indiani di Shakalaka baby.
Il Festival
2010 ha fatto harakiri
Vince Scanu, poi Pupo e Mengoni
MARINELLA VENEGONI
SANREMO
Mai visto niente di simile. L'orchestra che
ha sopportato in silenzio, votando in tutti questi giorni anche
fra le polemiche e prendendosi bacchettate, ha accolto
l'annuncio delle esclusioni buttando gli spartiti in mezzo al
palco.
Come previsto, la tv ha vinto sulla musica. X-Factor, Amici,
Raiuno. E' stato per il Festival come un suicidio: d'ora in
avanti, sempre meno artisti accetteranno di mettersi in gioco,
visto che lcon il metodo del televoto, la gente vota ormai solo
i cantanti che escono dai talent show.
Grazie dei fiori, eh.
Il televoto ha poi deciso l'incoronazione di Scanu. Secondi
Pupo&il Principe, terzo Mengoni.
Il maestro Sabiu ha chiesto di divulgare i voti dell'Orchestra.
Ma il direttore artistico Mazzi è sparito dalla circolazione.
A notte fonda, un maestro mi ha confidato che è stato proibito
agli orchestrali di divulgare la loro classifica (ma la più
votata è stata Malika Ayane, e a Pupo&C. sono andati tutti "1").
Il maestro mi ha anche detto che gli orchestrali ora temono per
i futuri ingaggi.
Enrico
Ruggeri: "Io, ultimo samurai a fare harakiri"
LUCA DONDONI
SANREMO
Enrico Ruggeri eliminato venerdì sera dal
televoto e dall’orchestra sanremese con il collega Fabrizio
Moro, è rimasto malissimo per la decisione: «A fine serata ho
messaggiato a qualche giornalista amico. Il testo era più o meno
questo: la decisione sancisce la fine dei cantautori al
Festival. E’ ormai chiaro che Sanremo non se ne fa nulla di noi
e immagino che in futuro, sempre che ci sia qualcuno che
accetti, non ci inviteranno nemmeno». Per la verità Rouge si era
già detto amareggiato perché alla conferenza del pomeriggio la
sala stampa non era gremita di colleghi e a suo dire mancavano i
nomi altisonanti della critica italiana. «Mi ero imbrunito.
Credevo di meritare un po’ più di rispetto e il fatto di tornare
al Festival con un nuovo cd che prelude la partenza di un tour
potesse interessare. Quando mi sono spostato nella sala delle
radio mi sono sfogato dicendo che almeno con i radiofonici si
può parlare di musica di un certo genere e volare alto senza
doversi per forza confrontare con scandali, scandaletti,
principi o dialetti».
Ruggeri dice di considerarsi nella fascia cantautorale A2, un
artista che in Italia ha il suo valore e per questo meriterebbe
più rispetto. «Alex Britti, e non ti dico quanti altri hanno
mandato messaggi di solidarietà; proprio Alex ha detto che la
cosa più strana di questo Festival è che io ci sia venuto. Luca
Barbarossa: “La tua esclusione è un attestato di estraneità a
questo deserto di idee”. Non le sto a dire che cosa mi hanno
detto o mandato a dire i miei amici della Nazionale Cantanti
Gianni Morandi e Eros Ramazzotti». Lo dica, siamo curiosi. «Eros
è stato quello un po’ più pesante ma ci sta, è nella sua indole.
Gianni è stato più leggero ma ha espresso grande perplessità».
Possiamo chiederle che cosa ha fatto ieri sera? «In tv c’era
Inter-Sampdoria e quindi ero sintonizzato sulla partita».
A chi gli fa presente che potrebbero esserci i presupposti per
un ricorso sull’esito della gara, risponde «può darsi sia così,
ma davvero la cosa non mi riguarda». Le ore passano, il livore
si stempera e Ruggeri non si dimentica delle altre sue attività,
ovvero di essere un conduttore televisivo di buon successo con
le trasmissioni sul paranormale in onda su Italia 1. «È vero
sono anche un uomo tv - ammette - e conosco abbastanza bene
certi meccanismi. Fin quando serve il Ruggeri commentatore dello
scandalo-Morgan lo invitano a Porta a Porta e ci farciscono i
talk-show. Quando invece bisogna pensare a me come a qualcuno
che può dire la sua nel mondo della musica... mah! Lasciamo
stare». Addio per sempre all’Ariston, dunque? «Per come stanno
le cose non credo che vedremo personaggi blasonati disposti a
mettersi in gioco partecipando alla gara. I big sì, ma solo per
cantare un loro successo o un tributo da trasformare in un
momento di spettacolo. Mi sa che sono stato davvero l’ultimo
samurai, ma d’ora in poi “harakiri” lo farò fare a
qualcun’altro».
IL GIORNALE
Il televoto
premia Scanu. «Amici» rivince Sanremo
PAOLO GIORDANO
SANREMO
Ha vinto Valerio Scanu. Vittoria prevedibile ma clamorosa.
Perché bissa quella dell’anno scorso di Marco Carta, sempre
targata «Amici». Quando ha detto l’ultimo, conclusivo,
liberatorio «Grazie a tutti. E un po’ anche a me», Antonella
Clerici non aveva neanche torto. Era uscita da poco dal
tourbillon della finale a tre: Pupo con Emanuele Filiberto e il
tenore Luca Canonici, poi Valerio Scanu e Marco Mengoni,
proclamati tra fischi violenti, sparsi in sala stampa ma anche
in platea. Persino il direttore dell’Orchestra aveva chiesto con
una scelta clamorosa in diretta tv di rendere noto il voto dei
suoi musicisti, evidentemente diverso da quello del televoto,
mentre loro tiravano per aria gli spartiti in segno di protesta.
E il pubblico: «Venduti, venduti». Un putiferio mai visto negli
ultimi vent’anni. Lei aveva portato avanti un Festival d’altri
tempi perché ha anestetizzato le polemiche pelose, ha risposto
con un sorriso persino a chi la chiamava «Antonulla» e ha dato
un bel di po’ di serenità a un pubblico in overdose di parole
violente che ormai in tv piovono a tutte le ore. Perciò per
forza adesso si gode il successo e bye bye, cara sessantesima
edizione. L’inizio è stato veloce e mica solo perché il Festival
furbetto è iniziato subito dopo il Tg1 per evitare di finire
troppo tardi e lei, vestita per la prima volta con un elegante
abito nero, ha snocciolato in rapida sequenza i primi tre
concorrenti, tutti e tre, toh che caso!, griffati dai talent.
Valerio Scanu, finalmente a suo agio. Noemi, bella canzone ma
che vestito. Marco Mengoni, il solito putiferio.
Se ci pensate, Maurizio Costanzo, l’unico vero debuttante di
ieri sera, è salito sul palco poco prima di mezzanotte. Aveva
con sé tre operai di Termini Imerese e poi ha fatto qualche
battuta con i politici in sala, dal ministro Scajola fino al
piddino PierLuigi Bersani. Tutto il resto della sera, arrivo di
Mary J Blige compreso, è stato un signor show con una sola
tensione liberatoria: farla finita, proclamare il vincitore e
lasciar partire la sigla finale. I cantanti, d’accordo. Ma
persino quando, giusto pochi minuti dopo l’inizio, Emilio
Solfrizzi travestito da indiano ha presentato con un balletto
alla Bollywood il cast di Tutti pazzi per amore, c’era in scena
il profumo soffuso dell’attesa. Mentre la Clerici è scesa in
platea a salutare Milly Carlucci, Max Giusti, Bianca Guaccero e
Pino Insegno, tutto sembrava un rituale bello, pieno, ma
sospeso.
La vittoria. La fine dei cinque giorni che, come ogni volta,
cambiano l’Italia. Da oggi forse la tv perderà un po’ di inutile
isterismo, la musica sarà ancora più centrale in tv e la gente
sarà considerata - da chi crea ogni giorno la tv - meno stupida
di quanto finora abbia fatto comodo. Anche l’autospot di Ti
lascio una canzone, il programma di Antonella Clerici che parte
il 27 marzo - con tanto di presentazione di undici bambini - è
filato via liscio. Idem quando è apparsa Lorella Cuccarini, che
poi ha fatto quello che da settimane prometteva di fare al
Festival: si è finalmente vestita con una sola chitarra - già -
e lo ha fatto pure con una eleganza disillusa che non era poi
così facile immaginare. Poi Mary J Blige. Superstar.
Stravagante. Voce cristallina. Avrebbe dovuto duettare con quel
Tiziano Ferro che, dopo una tiritera di indiscrezioni e smentite
e ritrattazioni, ha definitivamente rinunciato presentando un
certificato medico per una laringite. Sarà. In ogni caso Mary J
Blige ha cantato Each tear dal suo prossimo album, dimostrando
che non ha praticamente limiti, se non quelli del suo carattere.
E poi, paragonando il suo passaggio a quello dei ballerini di
Michael Jackson, quelli che lo hanno seguito anche nelle prove
di This is it, la vittoria è assicurata: tanto superba lei,
tanto incellofanati loro. L’unica caduta di tono della serata.
L’unico inciampo.
Anche quando sono arrivati i tre più contestati del Festival, il
Principe, Pupo e il Tenore, la sala ha, come prevedibile,
scaricato un po’ di fischi ma mica poi tanto. S’è sempre fatto,
all’Ariston: e solo la dittatura della tv ha ridotto questo rito
- il fischio - che in fondo è il sale di ogni esibizione. O la
va. O la spacca. Il trio è andato e ha battuto i fischi: «In
trent’anni» - parola di Pupo - «non avevo mai sentito una
contestazione preventiva come questa. Ma la rispetto». Pure il
Festival è andato: missione compiuta, ha zittito tutti, persino
quelli che di mestiere rovesciano fango. «Grazie a tutti. E un
po’ anche a me».
IL SECOLO XIX
A Scanu il Festival dei fischi
Oltre 12 milioni per la finale
RENATO TORTAROLO
SANREMO
Il Festival dei tumulti, delle contestazioni
a ministri, politici e cantanti, è finito con la vittoria di
Valerio Scanu e della sua “Per tutte le volte che”. Ma
l’ennesimo exploit del mondo di “Amici”, di cui Scanu è figlio,
è naufragato nel clima di protesta che ha finito per travolgere
tutto. Non si era mai vista prima una finale in cui il pubblico
in sala e l’orchestra insorgessero contro l’Italia del televoto.
Un Paese diviso, lacerato anche sui problemi più gravi come la
crisi nel mondo del lavoro e la disoccupazione. Sul palco
Maurizio Costanzo ha portato tre operai, Calogero, Lucia e
Antonino, di Termini Imerese. Ha chiesto come vedono il loro
futuro. Lucia, licenziata due anni fa, ha risposto di volere un
altro figlio ma di non averne il coraggio.
Poi Costanzo ha dato la parola al segretario del pd Bersani e al
ministro dello sviluppo economico Scajola, subito contestati dal
pubblico. Costanzo è intervenuto con durezza, ma il copione
della protesta non è cambiato affatto dal corso della serata.
Una serata memorabile perché ha spiegato una volta per tutte
come il Festival di Sanremo non rappresenti affatto l’Italia e,
purtroppo, nemmeno la nostra canzone migliore. E come nemmeno il
successo di Antonella Clerici, che ha battuto qualsiasi
precedente storico, esprima quel desiderio di sicurezza e di
pace che la Rai si è subito affannata a imporre come ragione
dell’exploit della conduttrice. Vince un ragazzo semplice, 19
anni, preso in giro per le sue mossette, ma dire che è lo
specchio del Paese dopo ieri sera è completamente falso. Dietro
di lui si è imposto il trio Pupo, Emanuele Filiberto e Luca
Canonici con “Italia amore mio” e al terzo posto c’è Marco
Mengoni, 21 anni, con “Credimi ancora”.
Canzoni a parte, con il gesto clamoroso degli orchestrali che
hanno stracciato i loro spartiti quando hanno saputo
l’esclusione di Simone Cristicchi e Malika Ayane, vincitrice del
premio della critica, la finale di ieri conferma che puntare al
basso, all’iper popolare, confidando che tutto vada a posto
scegliendo una canzone, è una pura illusione. E un imperdonabile
errore sul piano della comunicazione. I musicisti hanno chiesto
a un’imbarazzata, e diciamolo pure anche indignata, Antonella
Clerici che venisse reso pubblico il loro verdetto. Ma non è
stato possibile e tutta la contestazione si è rivolta per
l’ennesima volta contro il trio più disastrato e mal sopportato
di questa edizione. Il sospetto che Pupo e i suoi amici abbiano
fatto di tutto per prendersi la vittoria finale ha indispettito
tutti all’’Ariston, ma la china si è fatta ogni minuto più
pericolosa.
Quello che doveva essere il Festival delle donne, e che in parte
è stato nobilitato proprio da figure femminili di successo, da
Jennifer Lopez alla regina Rania di Giordania, è diventato una
battaglia sul campo fra chi vuole il rinnovamento, non solo
nella musica, e chi invece si affida ancora alla retorica più
spinta di cui la canzone del trio “Italia amore mio” è un
esempio mortificante. Così le parole accorate dell’operaia
Lucia, che spera solo di tornare a essere madre, ma anche quelle
di Bersani che chiede di «non vedere più operai sui tetti» e di
Scajola che vuole per «uno sviluppo industriale» corretto per
quello stabilimento, vengono travolte da un malessere che,
almeno nei confronti dei due politici, si esprime a fischi.
Meno male che questo doveva essere il Festival del rilancio e
dell’apertura ai giovani. In realtà ci sono due Paesi paralleli,
che non si incontrano quasi mai e che il Festival a intervalli
regolari, come il passaggio delle comete, avvicina soltanto.
Ma se per il trio scoppiano le contestazioni, se per tutta la
settimana ha infiammato il Paese su “Italia amore mio”, un
motivo ci sarà. La canzone è brutta, retorica, piena di un
patriottismo vecchio che non ha nulla da dividere con l’amore e
l’orgoglio di essere italiani. Per non dire del sospetto che il
trio abbia fatto di tutto per stravincere: «I fischi ci danno la
forza di andare avanti» dice il principe «perché questa canzone
unisce tutti». E Pupo: «Una contestazione così preventiva non
l’avevo mai sentita, ma la rispetto».
Sul piano dello show, oltre al debutto all’Ariston di Costanzo,
trasformato in una palestra in cui il giornalista ha dovuto
zittire i più scalmanati in platea e galleria, le canzoni si
sono ripresentate esattamente come nei giorni scorsi, mentre il
numero dei bambini prodigio di “Ti lascio una canzone” è stata
francamente imbarazzante. Con una proliferazione sempre più
invadente di talent che sfornano figurine inquietanti. Poi c’è
stato il siparietto di Lorella Cuccarini, praticamente nuda, ma
coperta da una chitarra. Puntuale è arrivata la gaffe della
Clerici che, avvicinando la soubrette, ha esclamato: «Ho visto
il lato B della Cuccarini». Quando qualche giorno fa abbiamo
detto che la Clerici a questo punto potrebbe anche scendere in
politica, lei lo ha escluso. I politici, con un certo snobismo,
hanno annuito. Per carità, continui a fare il suo mestiere. Ma
nelle ultime ore Antonellona è diventata importante,
improvvisamente è cruciale che rassicuri gli italiani. Come se
non ci fossero abbastanza emergenze da affrontare, da destra e
sinistra si invita la conduttrice a rimanere al suo posto, non
si capisce bene quale, per continuare a tranquillizzare la
truppa. Come ipocrisia non è male. Ora sappiamo che non è vero,
che la televisione non tranquillizza proprio nessuno. E che la
gente vuole far sentire la propria voce anche assaltando,
metaforicamente, il palco di Sanremo.
IL MESSAGGERO
Sanremo, il festival dello
scontento:
nell'Ariston in rivolta vince Valerio Scanu
SIMONA ORLANDO
SANREMO
SANREMO (21 febbraio) - L’ordine esatto di
arrivo è Valerio Scanu, il trio Pupo-Emanuele Filiberto-Luca
Canonici, Marco Mengoni. Sì, avete capito bene: l'avverarsi
dell’ipotesi più temuta e, inoltre, un’ingiustizia in seno a
un’ingiustizia. Già l'annuncio della terna finale aveva fatto
rivoltare la platea: l’orchestra ha buttato via gli spartiti, la
sala stampa è crollata. Man mano che la Clerici escludeva i
concorrenti migliori, il pubblico dell’Ariston si agitava,
urlava “vergogna” e “venduti”, la sala gremita di giornalisti si
prodigava in fischi, gli orchestrali si sdegnavano e chiedevano
di rendere noto il loro voto. Non riuscivano a credere possibile
che il loro gusto fosse esattamente l'opposto di quello espresso
dal televoto. Nell’atmosfera di contestazione generale gli
operai di Termini Imerese, intervistati da Maurizio Costanzo, si
inserivano come un altro tassello di un paese in crisi. Poi
l’altra beffa: all’interno della finalissima Marco Mengoni è
arrivato ultimo, lui, l’unico lì in mezzo ad avere la stoffa,
presenza scenica (ancora da governare), una voce che ha toccato
anche Mina. Sembra impossibile che la volontà popolare (che la
Clerici tanto invoca e rispetta) si esprima in questa direzione.
Morgan avrebbe dissentito: «Quando fu chiesto al popolo di
salvare uno dalla croce, fu scelto Barabba».
L’invasione del pianeta sanremese da parte degli ultracorpi
usciti dai talent show iniziò lo scorso anno con Marco Carta.
Era l’avvisaglia che la futura proposta discografica sarebbe
stata intercettata nei programmi televisivi e non nei club, dove
in genere chi fa davvero questo mestiere sta e, purtroppo,
resta. Per quanto riguarda il Principe, ce lo aveva assicurato
subito dopo l’esclusione, che sarebbe rientrato e si sarebbe
posizionato tra i primi sei. E non perché avesse qualità
divinatorie. Emanuele Filiberto ha presto capito i meccanismi
televisivi, ha imparato che la gente vota il personaggio e non
la canzone, la quale, oggettivamente, è la peggiore di questo e
altri festival, la più ruffiana, insincera, musicalmente
insufficiente.
Dopo il festival è il trio stesso ad ammettere: «E’ stato un
gioco, noi facciamo un altro mestiere, non abbiamo un disco
pronto, né canteremo più». Giorgio Gaber cantava: “E’ anche
troppo chiaro agli occhi della gente che tutto è calcolato e non
funziona niente. Io non mi sento italiano ma per fortuna o
purtroppo lo sono”.
E’ il Sanremo del nostro scontento, quello che pur avendo una
possibilità di riscattarsi artisticamente, premiando ciò che
aveva di buono, inciampa su se stesso, si riduce a una
pagliacciata, fa crescere in chi ha un minimo di sensibilità
artistica una forte indignazione. Slittano fuori dal podio brani
meritevoli tipo Per tutta la vita di Noemi, La cometa di Halley
di Irene Grandi, da subito considerata una delle migliori, Meno
male di Simone Cristicchi, Malamorenò di Arisa (da ringraziare
per la scelta deliziosa delle sorelle Marinetti). Malika Ayane
ha almeno vinto il Premio della critica Mia Martini, distaccando
chiunque altro. Ha classe e qui ci è arrivata per suo merito
(appoggiata da Sugar di Caterina Caselli e col valore aggiunto
di Pacifico al testo) presentando uno di quei progetti destinati
a funzionare a lungo termine. La sua canzone Ricomincio da qui è
suggestiva, prevertiana, si insinua pian piano fino a convincere
e coinvolgere, è un po’ la sua rivincita per lo scorso anno,
quando la bella Come foglie fu sottovalutata e dovette trovare
da sola il vento giusto. Alla notizia del premio si è detta
orgogliosa dell’insurrezione dell’orchestra in difesa del suo
brano, ma ha anche confessato che non ha sperato neanche per un
attimo di vincere contro il mostro tentacolare del televoto.
Nell’ultima serata Emilio Solfrizzi si è esibito in un numero
bollywoodiano tratto dal musical Shava Shava, i bravissimi
ballerini di This is it hanno fatto il tributo a Michael
Jackson, precisi come orologi, in una danza quasi sincronizzata
su coreografie in stile suo (si dichiarano eternamente grati al
lavoro di Jacko, lo descrivono maniaco della perfezione, persona
amorevole, genio, profeta, fratello, amico del pianeta e
ispiratore dell’umanità), a seguire Lorella Cuccarini, coperta
solo da una chitarra, ha presentato stralci di Il pianeta
proibito. Dopo l’ondata di bambini Iko Iko e di Ti lascio una
canzone, Mary J Blige, pur senza Tiziano Ferro, ci ricorda cosa
vuol dire avere una gran voce e fare musica seria.
Si chiude all’amatriciana, con le tagliatelle di nonna Pina,
un’edizione che ha alzato fiera il tricolore (con Italia, amore
mio, il CT della Nazionale Lippi, Miss Italia, le gonne bianco
rosse e verdi delle Divas e della Clerici, la celebrazione del
sessantesimo), decisamente al femminile, segnata da principesse
da sogno (Sissi e Rania di Giordania), principi popolari che
battono scugnizzi popolani, e pacifici accordi commerciali.
Ha fatto un certo effetto vedere il teatro Ariston trasformato
in una torta nuziale di cui ognuno si prende una fetta: centro,
destra, sinistra (che si è accaparrata il dopofestival su Youdem
e un posto per Bersani in platea). Undici milioni di italiani
fanno gola a tutti. Ecco perché oggi c’è un’unica Raiset, la
nuova creatura delle larghe intese, contraria allo scontro
frontale della programmazione, rinunciataria per il bene comune.
D’altronde, se mal comune mezzo auditel, meglio l’alternanza.
Così Oriazi e Curiazi depongono le spade e convivono
tranquillamente in sala, da una parte la colonia di amici con
Maria De Filippi, Maurizio Costanzo (l’ultima volta che
indossava una cravatta è stato al suo matrimonio), Pierdavide
Carone, autore del brano di Valerio Scanu (quello che fa l’amore
in tutti i laghi), Alessandra Amoroso che ha duettato con lui,
il coreografo Daniel Ezralow. Dall’altra il coreografo di X
Factor Luca Tommassini, il vincitore del talent Marco Mengoni,
la brava Noemi, Mara Maionchi e il suo pupillo già premiato ieri
nella categoria Nuova generazione Tony Maiello, Francesco
Facchinetti,l’assente Morgan.
Vincitrice su tutti Antonella Clerici, una presenza
rassicurante, la moglie e non l’amante, quella che mentre veste
l’abito buono e i tacchi alti sottintende che preferirebbe un
paio di ballerine e una tuta, disposta a prendersi in giro, a
farsi carico sola delle faccende di casa (l’unica vera spalla è
stata il maestro d’orchestra Sabiu), a mostrare entusiasmo per
tutto e tutti, anche a costo di usare superlativi bugiardi
(“elegantissimi” i minatori di Santa Fiora, “meravigliose” le
battute di Cassano lette male al gobbo etc…), comunque sempre
serena, rispettosa delle canzoni e premurosa con i cantanti in
gara.
Certo chiamarla gara è un esercizio di nostalgia. Quello che
manca ed è mancato nelle ultime edizioni è proprio l’attesa, la
partecipazione del pubblico alla tensione degli artisti, il tifo
indotto, cioè non aprioristico bensì frutto di una conquista
lenta. La competizione che tiene col fiato sospeso, fidelizza,
soddisfa e soprattutto si svolge secondo regole chiare,
trasparenti, che diano credibilità al risultato. La filosofia
aristoniana ormai si basa sul rimpasto di format di successo (I
raccomandati, Ti lascio una canzone, Zelig, fiction varie),
sull’invito “in gara” di personaggi - calamite di ascolti a
prescindere dal brano che hanno a disposizione (non vogliamo
credere che questo sia il meglio della musica italiana),
sull’idea che alla gente vada dato ciò che vuole.
Ma la musica non è un’imbeccata, è anche, anzi soprattutto, una
proposta, una scoperta, una sfida. La nostra critica della
ragion pura consiste nell’interrogarci programmaticamente circa
il fondamento del televoto: perché permettere questa scellerata
modalità, chi ne decide la validità? E’ una puntata al casinò,
più soldi hai da giocare più possibilità hai di vincere.
Difficile fare pronostici, bisogna affidarsi alle scommesse dei
bookmaker? Alle dinamiche elettive dei reality? Può succedere
l’imprevedibile, anche che un escluso come il Trio o Scanu venga
ripescato e vinca. Vale la meritocrazia o la democrazia? Spesso
viaggiano in direzioni opposte. Per citare Battiato in Povera
patria: “Questa democrazia che a farle i complimenti ci vuole
fantasia. Non cambierà, non cambierà, non cambierà, forse
cambierà”.
IL TEMPO
Amici sbanca Sanremo
Vince Valerio Scanu
Amici fa il bis. Valerio Scanu con la canzone
"Per tutte le volte che..." ha vinto la sessantesima edizione
del Festival di Sanremo e succede nell'annuario della kermesse a
Marco Carta, anche lui proveniente dal talent show dii Maria De
Filippi. Al secondo posto si è piazzato il trio composto da
Pupo, Emanuele Filiberto e il tenore Luca Canonici con il brano
"Italia amore mio", mentre terzo classificato è Marco Mengoni
con il brano "Credici ancora". Il verdetto decisivo e' stato
determinato unicamente dal televoto.
Contestati i finalisti - Il verdetto a sorpresa, dato per metà
dal televoto e per metà dalle preferenze degli orchestrali, che
ha determinato i tre finalisti, ha visto eliminati artisti che
erano invece dati per favoriti per il successo, come Malika
Ayane, che ha vinto il premio Mia Martini, Irene Grandi, Simone
Cristicchi. L'esito è stato duramente contestato dal pubblico in
sala, via via che "saltavano" i nomi dati per favoriti. Il
successivo sorteggio ha fatto sì che nel turno decisivo si
esibiranno nell'ordine Mengoni, Scanu e il Trio.
L'orchestra straccia gli spartiti - Alla lettura dei nomi dei
finalisti clamorosa protesta del'Orchestra Festival Sanremo: i
professori hanno stracciato gli spartiti musicali e gettato per
aria i pezzi di carta. Il televoto ha ribaltato il giudizio
dell'Orchestra eliminando artisti che invece dal punto di vista
strettamente musicale erano stati ritenuti più meritevoli. Il
direttore dell'Orchestra, Marco Sabiu, si è fatto portavoce
della protesta dicendo che il giudizio era stato ben diverso da
quello espresso dal televoto ed ha quindi chiesto che venisse
reso noto, ma il direttore artistico del Festival, Gianmarco
Mazzi, ha detto di no perchè per regolamento quel verdetto deve
rimanere - o quantomeno in questa fase - segreto, riservato. Il
verdetto del televoto e' stato accolto negativamente dalla
stessa Clerici che in due-tre occasioni si è fatta scappare
un'espressione di sorpresa - "No!" - per l'eliminazione di
alcuni: è stato nel caso di Irene Grandi, Simone Cristicchi e
Malika Ayane.
IL RESTO DEL CARLINO
Valerio Scanu vince Sanremo
Ma è la finale delle proteste e l'orchestra butta gli spartiti
Sanremo, 20 febbraio 2010 - E' Valerio Scanu
il vincitore della 60/ma edizione del Festival di Sanremo.
Battuto il superfavorito Marco Mengoni (terzo posto) e il trio
Pupo-Emanuele Filiberto-Luca Canonici (secondo).
A decretare il successo finale dell'ex concorrente di 'Amici' è
stato il solo televoto, già artefice di un verdetto molto
contestato che aveva escluso dal podio Malika Ayane (vincitrice
del premio della critica 'Mia Martini'), Noemi (altra scoperta
dei talent show) e Irene Grandi.
LA CRONACA. Inizio a sorpresa per la finale della sessantesima
edizione di Sanremo. Raiuno cancella 'Affari Tuoi' (per non far
finire troppo tardi la serata tradizionalmente più lunga della
kermesse ed evitare di perdere ascolti) ed ecco Daniel Ezralow,
vestito da domatore del circo, che guida una ridente invasione
di cento bambini sul palco dell'Ariston.
Ad accogliere tutti c'è la padrona di casa Antonella Clerici,
per la prima volta in abito nero, che lancia subito la gara con
un trio di scoperte dei talent show: Valerio Scanu ('Amici'),
Noemi (X' Factor') e Marco Mengoni (ancora 'X Factor').
A interrompere la tensione della competizione ci pensa la
Bollywood tutta da ridere di Emilio Solfrizzi, che, abbigliato
come un divo indiano e attorniato da ballerini in costume stile
'The Millionaire’, canta 'Shava Shava' con un testo in simil
grammelot. Il tutto per annunciare la nuova edizione della
fiction 'Tutti pazzi per amore'.
Poi di nuovo spazio ai cantanti. Tocca a Povia che, dopo la sua
esibizione, fa i complimenti ad Antonella Clerici "perché in
questo Paese dove non c’è niente di normale hai fatto un
festival normale ed efficace".
Quindi spazio all'omaggio-tributo a Michael Jackson con Travis
Payne, coreografo e ballerino per 18 anni accanto al compianto
're del pop'. Payne guida un balletto a tre che faceva parte
dello show che avrebbe dovuto segnare il ritorno di Jacko sulle
scene. Poi improvvisa il famoso moonwalk, il passo che ha reso
leggendario l'interprete di 'Thriller'.
Si riparte con Malika Ayane (che indossa una maglietta con su
scritto Start Living Again, pro-ricerca sulla Sla), poi è la
volta di Irene Grandi che regala anche una nota di gossip ("Sono
single").
Quindi tocca a Pupo, Emanuele Filiberto eCanonici (accolto
dall'ormai consueta divisione della platea tra fischi e
applausi). Il trio è più determinato che mai con Pupo che, alla
fine, dice: "Sono 30 anni che vengo a Sanremo e non ho mai visto
una contestazione preventiva come questa. E' incomprensibile ma
la rispetto".
Gli ottavi a esibirsi sono Irene Fornaciari e i Nomadi, prima
della performance di Lorella Cuccarini che presenta il suo nuovo
musical 'Pianeta proibito'. La più amata degli italiani appare
in scena praticamente nuda, vestita solo con una chitarra, e con
lo schermo alle sue spalle propone una sorta di video clip dal
vivo interpretando una serie di variazioni sul tema di 'Fever'.
Poi tocca agli ultimi due concorrenti in gara Simone Cristicchi,
che chiude ricordando Alda Merini, la poetessa con la quale
collaborò per la realizzazione del dvd-libro che accompagnava
'Ti regalerò una rosa' (che vinse Sanremo nel 2007). A chiudere
la riproposizione delle canzoni è Arisa con la sua 'Malamoreno'.
In attesa del risultato combinato di orchestra e televoto, la
Rai si autocelebra invitando sul palco una rappresentanza delle
maestranze. Poi Antonella Clerici porta sul palco i giovani
interpreti del suo programma 'Ti lascio una canzone'. Sul palco
è quindi la volta di Mary J. Blige, che rimasta sola dopo il
forfait di Tiziano Ferro, canta 'Each tear' e poi parla in
termini entusiastici del presidente Obama.
Finalmente arriva il verdetto. Vengono annunciati gli esclusi:
spariscono via via tutti i favoriti, da Irene Grandi e Malika
Ayane, da Noemi a Simone Cristicchi. In ballo per la vittoria
restano in tre Valerio Scanu, Marco Mengoni e il trio Pupo,
Emanuele Filiberto e Luca Canonici, mentre si levano fischi e
urla ("Vergogna" e "venduti" echeggiano per la sala). Anche gli
orchestrali protestano, accartocciando e gettando via gli
spartiti.
A riportare la pace è l’ingresso di Maurizio Costanzo. Pace che,
però, dura lo spazio di pochi minuti. Il giornalista vira lo
show in talk politico portando sul palco tre operai di Termini
Imerese. Dopo aver ascoltato la situazione e le preoccupazioni
dei lavoratori cassaintegrati, Costanzo dà la parola al
segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, che siede in platea. Il
segretario del Pd elogia l’invito dei lavoratori sul palco
spiegando che "non è possibile mandarli sui tetti". Ma la platea
lo fischia.
Costanzo passa la parola al ministro per lo Sviluppo Economico,
Claudio Scajola, che, 'gioca in casa' (il suo collegio
elettorale è quello di Imperia, ndr) e viene applaudito mentre
dice: "Tutti i lavoratori stanno soffrendo la crisi. Per lo
stabilimento di Termini Imerese dobbiamo trovare una soluzione
che sia compatibile con la competitività".
Finalmente si ritorna alla gara e alla nuova esecuzione delle
tre canzoni che si contendono la vittoria. Poi si esibisce la
banda dei carabinieri e Antonella Clerici chiude il televoto,
chiamando sul palco Malika Ayane a ritirare il premio della
critica intitolato a Mia Martini.
Alla fine, a sorpresa, trionfa Valerio Scanu, uno dei ripescati
del giovedì sera. Piazza d'onore per il trio con Pupo-Emanuele
Filiberto e Luca Canonici, mentre al terzo posto si piazza il
tanto applaudito Marco Mengoni. E sulle note di 'Per tutte le
volte che' si chiude il sipario sulla sessantesima edizione.
L'UNITA'
Caos Sanremo, vince Scanu.
L'orchestra in rivolta
ROBERTO BRUNELLI
SANREMO
La favola marcia di Sanremo, abitata da
piccoli Frankenstein cresciuti nelle fabbriche del consenso e da
una lunga teoria di principi e regine, è tenuta in vita dalla
mistica potentissima e oscura del televoto. Una specie di
claustrofobica dittatura televisiva, che ha portato sul podio
del festival di nuovo “Amici”, con il prodotto Mediaset chiamato
Valerio Scanu, catapultato sull’Ariston sull’onda di un popolo
di blogger e fan attaccati freneticamente ai propri cellulari,
un micidiale virus capace di incoronare su una tempesta di
fischi e di grida l’ultimo dei Savoia, il Pupo e il tenore con
“Italia amore mio”. Terzo, grazie alle larghe intese, Marco
Mengoni, costruito pezzo per pezzo dal marketing Rai nelle
officine di “X Factor”. Una potenza di fuoco che non poteva che
schiacciare la sinuosa voce vellutata e marocchina di Malika
Ayane e la paradossale ironia di Simone Cristicchi, un virus
infinitamente più virulento del nomadismo di Irene Fornaciari e
persino del cinismo mortifero di Povia.
Sanremo è anche questo. È una finale che fa tremare il paese
catodico, è la Clerici che invoca “il popolo sovrano”, sono le
urla dell’Ariston (“venduti, venduti!”), è l’orchestra del
festival che strappa per protesta gli spartiti, sono le
“Tagliatelle di nonna Pina” e la banda dei carabinieri che suona
“Guerre stellari”. Certo, è anche Maurizio Costanzo che accoglie
sul palco tre operai di Termini Imprese e coinvolge Bersani,
seduto in terza fila insieme alla figlia Elisa di 26 anni
(“Sempre meglio a Sanremo che sui tetti”, dice lui rivolto agli
operai), è quella parte della platea che reagisce vociando,
finché Costanzo fa parlare – par condicio – anche il ministro
Scajola.
Il segretario del Pd, nel pomeriggio braccato da giornalisti e
fotoreporter come fosse un animale raro, si è ritrovato a notte
fonda al Dopofestival di Youdem a cantare insieme al popolo dei
festivalieri “irregolari” del Pd un Celentano doc.
Alla fine, è una specie di tumulto mediatico arrivato a
materializzarsi nei tumulti veri e propri che hanno accolto,
venerdì notte, il principe Emanuele Filiberto davanti al
ristorante “Da Vittorio”. Un folla (un’Italia) spaccata in due,
una massa ondeggiante e compressa in mezzo alla piccola piazza
occupata da masse di sedicenti vip, turisti e festivalieri.
“Vergogna, vergogna, vergogna!”, urlavano a squarciagola da una
parte, mentre dall’altra ragazzine eccitate lanciavano baci e si
facevano fotografare insieme al regale rampollo e altri ancora
lo sfioravano e lo baciavano (tra questi un anziano monarchico)
come una divinità sbucata miracolosamente dal nulla.
I vertici della Rai parlano di “trasparenza” anche di fronte
alla notizia che il televoto è gestito da un’azienda del gruppo
che realizza “X Factor”, dalle cui officine escono sia Mengoni
che il vincitore dei giovani, Tony Maiello. Si tratta della
NeoNetwork, ed è stata inglobata dalla Magnolia, la società che
realizza il talent show di Rai2 nonché “L’isola dei famosi”.
Altro che conflitto d’interessi: come la storia dello spot dei
“I raccomandati”, la trasmissione con Pupo e il Principe,
mandato in onda durante il festival in barba ad ogni par
condicio canora, sbeffeggiata anche dalla abnorme esibizione del
regale trio, ieri l’altro, insieme al ct Lippi, con sproloquio
vietato dal regolamento annesso. “E’ un’icona, per questo l’ho
fatto parlare”, ammette il direttore artistico Mazzi, ignorando
forse che le icone nazionali dovrebbero essere le prime a
rispettare le regole. Che malmostosi che siamo: le favole non
hanno regole. Il re lo sa bene.
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