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LA STAMPA
Clerici, un
Sanremo da "signora mia"
ALESSANDRA COMAZZI
SANREMO
Scenografia maestosa, via le scale, fiori virtuali, ritorno al
classico, profumo di tradizione, nonostante Antonella Clerici di
rosso vestita arrivi su un’astronave, niente di meno ci
aspettiamo da Raiuno nell’era di Avatar: un ricordo di 2001
Odissea nello spazio. Molti si ostinano a concentrarsi
soprattutto sulle canzoni, che a un primo ascolto si rivelano
mediamente orecchiabili, più «da Sanremo» del solito. Eliminati
ieri Toto Cutugno che steccava, Nino D’Angelo (peccato) e il
trio Pupo, Emanuele Filiberto, Luca Canonici, già fischiato
durante l’esibizione. Ma il momento tanto atteso dalle cronache
era tutto per Morgan. E Morgan sì e Morgan no, Morgan e la Terra
dei cachi. Ogni Sanremo ha il suo tormentone iniziale: e così
Clerici, intorno alle 23, ne ha parlato: «Sono lontana anni luce
dal mondo della droga, la mia droga è la mia famiglia, un caffè
macchiato la sera. Sono intollerante in confronti di questo
vizio, soprattutto quando si trasforma in moda. Ma l’unica
salvezza per chi come Morgan lancia un grido d’aiuto è la
musica. Per questo io avrei fatto sentire la sua canzone, poi i
vertici Rai hanno deciso diversamente. Così ne leggo un brano:
«Quando ormai mi credevo disperso con stupore immenso tutto
ritorna per me ad avere un senso. O, almeno si spera, esce la
sera, buona la sera».
Bene, buona sera. E una buona serata è stata, questa prima del
Festival, nonostante lunghezza, massacri pubblicitari. Lo sapeva
pure la conduttrice che, parlando con la giuria, ironizzava sul
telecomando del voto, «che non è quello per cambiare canale».
Chissà gli ascolti. Pacata Clerici, una volontà di «signora mia»
con gli strass addosso. Non ha mai urlato, aveva sempre detto
che avrebbe presentato Sanremo come un qualunque programma, e ha
eseguito. Sostenuta dalla puntuale e non stravagante regia di
Duccio Forzano e dai sons e lumières spaziali di Gaetano
Castelli scenografo. Penalizzanti però le luci.
Chissà se la lunga introduzione di Paolo Bonolis e Luca Laurenti
era stata in fondo una gentile ma ferma manifestazione di
sfiducia nei confronti di Antonella Clerici. Oppure una
dimostrazione della linea di risparmio Rai. In questa casa non
si butta via niente, quei due li abbiamo scritturati, tocca
sfruttarli. Perché i sodali l’hanno fatto veramente infinita, la
scena iniziale, con tanto di «tre buoni motivi per guardare il
Festival di Sanremo», un grande classico del Senso della vita. I
due cantano, (in inglese, curioso, per il Festival della canzone
italiana), dialogano, partono al buio e fanno i brillanti. Si va
talmente avanti che a un certo punto il conduttore del 2009
invoca la conduttrice del 2010: «Noi ci abbiamo gente in casa».
Lei arriva, il «traghettamento» è avvenuto, si comincia.
E quindi ospiti, e canzoni, e palloni. Milan-Manchester andava
in onda di là su Sky Sport, e di qua su Raiuno Antonio Cassano,
«sono un pagliaccio», dialogava a più riprese con la bella
bionda. «Son venuta qua per te perché oltre che essere bella sei
anche molto brava», e veniamo a sapere che, entrambi, «prima di
esplodere» contano fino a uno. Bravi. E che lui sarebbe meno
emozionato al Santiago Bernabeu, «là è il mio campo, qui me la
sto facendo addosso». Tenero. Tenera pure la «donna scozzese
come tante», la Susan Boyle bruttina intonata che ha sconvolto
gli inglesi per il contrasto tra voce e aspetto fisico. Che
meraviglia, che cambiamento. Tutti in piedi per la realizzazione
di un sogno, I have a Dream, veramente il sogno era un po’ più
impegnativo, altri tempi. Era la sua prima volta in Italia:
«Spero di potervi tornare presto, soprattutto per la gente». Ma
allora lassù, in Inghilterra, qualcuno ci ama. Poi Dita Von
Teese si spoglia ed è proprio un bel vedere.
Le pagelle
MARINELLA VENEGONI
SANREMO
Irene Grandi: «La cometa di Halley». Voto: 8
Volano briciole di «Bruci la città» (dev'essere il sequel).
Ritmo martellante e sapiente melodia per l'aggressiva interprete
che, nella banalità di una storia consumata, mostra di preferire
la fuga nello spazio ai metaforici rubinetti che perdono.
Valerio Scanu: «Per tutte le volte che». Voto: 6
Partono, come in un agguato, i «5 giorni» di Zarrillo. Ma Scanu
riconquista poi autonomia nel brano fresco, rutilante nei versi,
coraggiosamente minimalista nell' interpretazione. L'emozione
frena le ambizioni (e per il carisma tocca aspettare).
Toto Cutugno: «Aeroplani». Voto: 5
Una malinconica, melodica e un poco disperata elegia che vola
nei ricordi, alla riscoperta di un tenero sogno: far rivivere un
amore già vissuto, compiacendosi di invenzioni già sperimentate
in una lunga carriera alla quale nulla si aggiunge.
Arisa: «Malamoreno». Voto: 6.
Leggiadro coro en travesti delle Sorelle Marinetti, più che
comprimarie accanto ad Arisa in replica dal 2009. Furbizie da
Trio Lescano campionato si appiccicano alle orecchie, come in un
polveroso 78 giri. Un divertissement, leggero leggero.
Nino D'Angelo: «Jammo Jà». Voto: 6.
Una lambadina spigliata ma impegnata, con il determinante
apporto della neomelodica voce di Maria Nazionale, e con un sano
senso del battere. Si cantano gli eterni guai di Napoli,
imprigionata fra stereotipi e problemi contemporanei.
Marco Mengoni: «Credimi ancora». Voto: 4.
Vincitore di X-Factor 3, qui per diritto, s'infila fra Alex
Baroni e Tiziano Ferro (copiosamente citato), in un brano
esibizionista che fra discese ardite, risalite, frasi assurde
(«Sarò lupo e rondine per gli occhi tuoi») lascia attoniti e
spossati.
Simone Cristicchi: «Meno male». Voto: 8
Audace l'argomento, e poco sanremese: la malainformazione
all'italiana. Viene risolto acutamente, per il popolo, con
graffi di ironia su Carla Bruni e Sarko-sì e Sarko-no, in un
ritmo indiavolato pop-punk buono pure per una notte in
discoteca.
Malika Ayane: «Ricomincio da qui». Voto: 9.
L'eleganza dell'interprete e l'originalità della voce, si
accompagnano a una melodia aerea e guizzante che si allontana
dal melodramma e punta alla modernità, in uno dei tanti sogni di
fuga di questo Festival. L'arrangiatore di Bjork ha ben
lavorato.
Pupo, Emanuele Filiberto & Luca Canonici: «Italia amore mio».
Voto: 3.
Manifesto tradizionalista (ed elettorale). Dio, Patria,
Famiglia. Mandolini. Ricordi d'esilio improbabilmente impastati
con «Over the Rainbow», in format di canzone tv, con
irresistibile entrata del tenore, rimpinzano una polpetta
indigesta (e trash).
Enrico Ruggeri: «La notte delle fate». Voto: 7
Anche Ruggeri punta a un ritmo compiaciuto dentro una melodia
appiccicosa che canta (con esperienza consumata) la capacità
femminile di sognare ancora vette inesplorate, attraverso i
fulminei ritratti di tre ragazze d'assalto di oggi.
Sonohra: «Baby». Voto: 4.
Così vecchi nella loro gioventù, i due fratelli veronesi
ricordano le Paola&Chiara del debutto in una ballatona con
energiche schitarrate, che contiene un repertorio di banalità
amorose Anni Cinquanta («Baby, ovunque sia il tuo nome t'amo»).
Povia: «La verità». Voto: 6
Lettera ai genitori, di una ragazza che non c'è più: si sa che è
Eluana ma grazie al cielo non viene nominata. Il cantastorie si
sarà stufato di fare il fenomeno, agguanta la cronaca e la
trascina dal parlato al rock sinfonico, senza sbroccare.
Irene Fornaciari & Nomadi: «Il mondo piange». Voto: 6.
Nella ballad che subito rivela la mano sicura di papà Zucchero,
Irene mostra doti gradevoli e più morbide di interprete, prima
di scatenarsi con le tonsille. Ma con i Nomadi e la voce di
Sacco quasi silente, c'è l'effetto coitus interruptus: un vero
peccato.
Noemi: «Per tutta la vita». Voto: 8.
Anello di congiunzione fra talent-show e lavoro in proprio, con
la sua voce non inutilmente eccentrica Noemi sfodera grinta e
capacità in un pezzo che vuol uscire da schemi abusati: eppure
si ricorda con facilità, ed è amarognolo ma non piagnone.
Fabrizio Moro: «Non è una canzone». Voto: 5.
E' l'inno dell'impossibilità di uscire dalla dimensione
bamboccione, ma il testo accorto è tramortito da un tremendo «la-la-la-la».
Il rap-reggae musicalmente si perde nel tappeto elettronico e
nella inevitabile eco del successo di «Pensa».
Morgan
"Vedendo questo Festival sono felice di non esserci"
LUCA DONDONI
SANREMO
“Vedendo questo Festival sono contento di non
esserci andato. Emanuele Filiberto è stato una vergogna. Quando
l’ho sentito cantare (cantare?) ho nascosto la testa sotto il
cuscino».
Antonella Clerici ha appena finito di declamare in diretta tivù
alcuni versi della canzone di Morgan con sottofondo di
pianoforte, rammaricandosi di non poterla far ascoltare al
pubblico. A casa sua, Morgan sbotta: «Credo che qui a Monza
organizzerò una fiaccolata insieme a chi si è vergognato come
me. Le frasi della Clerici? Beh, devo mancarle molto perché nei
suoi occhi ho visto tanta tristezza. Però ha anche sbagliato a
leggere il testo della mia canzone: ha completamente saltato una
riga importante. Poteva evitare. E poi, questo pistolotto sui
vertici della Rai... che falsità. Era già tutto deciso». Com’era
prevedibile, il sussulto di dignità, nel caso Morgan, è arrivato
da Morgan. «Adesso non ne posso veramente più - commenta amaro
-. Sono due giorni che non riesco neppure a trovare il tempo per
farmi gli affari miei, tante sono le telefonate dei giornalisti
che vogliono sapere se verrò al Festival, se non verrò. Che
barba!».
Tramite La Stampa, il cantante nel pomeriggio aveva mandato al
Festival la lettera che pubblichiamo sopra e che bene esprime il
suo disgusto per una vicenda in cui, a suo avviso, ha vinto
soprattutto un ipocrita opportunismo. Marco Castoldi, in arte
Morgan, non è neppure amareggiato. Semplicemente, è stufo
marcio. E si sente usato. «Vuole sapere la verità? Avevo già
pronti anche gli spartiti per l’orchestra: in tutta segretezza i
contatti con la direzione artistica del Festival continuavano e
fino all’altro ieri sembrava addirittura che dovessi venire lì a
Sanremo e far ascoltare la mia canzone fuori gara. Invece ieri
in sala stampa Gianmarco Mazzi dice che il capitolo Morgan è
chiuso e che la Clerici leggerà una lettera in diretta dove si
dispiace “artisticamente" per la mia eliminazione. Ma per
favore. Per favore. Sono inc... nero. Ma dico: stiamo
scherzando? Carne da macello va bene, ma fino a un certo punto».
È una rabbia fredda, quella di Morgan. Si mette al computer,
scrive, ma per lui la storia è chiusa. Come sarà questo Festival
del quale avrebbe dovuto essere protagonista e di cui invece
dovrà accontentarsi di fare da spettatore davanti alla tivù? «Ma
chi l’ha detto che farò lo spettatore? Io ciò che ho da dire a
quei signori glielo dico con la lettera e la facciamo finita.
Poi spengo il televisore e faccio qualcos’altro».
Dopo, però, la curiosità dell’artista prevale sulla rabbia
dell’uomo e Morgan accetta di vedere e commentare al telefono
con il cronista la prima serata di Sanremo 2010, una serata che,
al di là di ogni sua volontà, lo vede di nuovo tirato in ballo,
dal fervorino a mezzo Rai che Antonella Clerici rivolge al
Figlio Perduto del Festival.
«È inziato il Festival - racconta Morgan - e mentre aspettavo
che si scaldasse l’acqua del bagno mi sono messo a leggere un
pamphlet del’Istituto Manzù. C’è scritto che nel Terzo mondo
muoiono 35 mila bambini al giorno. Trentacinquemila! E voi che
fate queste mestiere perdete tempo a occuparvi del problema
Morgan? Capisce che è un paradosso? Stento a credere che sui
giornali ci possa essere tutto questo spazio per me o per quello
che qualcuno crede che io rappresenti e non una riga sulle vere
tragedie del mondo».
«Lo so - prosegue -, qualcuno leggendo questa dichiarazioni
penserà che voglio alzare il tiro e allontanare la valanga di
inchiostro che mi è caduta addosso. No, non m’importa, io sono
felice, felicissimo. Non sto affatto male e la mia vita
artistica va a gonfie vele. Le prossime serate? Non le passerò
certo a guardare il Festival. Preferisco studiare i libretti di
istruzioni dei nuovi strumenti che ho comprato e sono molto
complessi. Facciamo così: ora vado sul divano a leggermene uno e
il Festival lo guardi lei. Poi mi racconta e le faccio un
commento». Detto fatto. «Anzi - conclude Morgan -, mi faccia un
favore. I versi della mia canzone La sera li citi correttamente
almeno lei». Eccoli: «Quando ormai mi credevo disperso / con
stupore immenso tutto ritorna per me ad avere un senso / O
almeno si spera esce la sera, buona la sera». «Direi che basta
così».
LA LETTERA DI MORGAN
Il vero scandalo non è più il mio, visto che io ho chiesto scusa
pubblicamente, ma è il vostro. Voi, che da una parte obbedite
all’ordine del mio allontanamento dal palco e dall’altra
sfruttate in ogni occasione il mio nome, la mia vicenda, la mia
persona per vostro tornaconto. Questo comportamento vergognoso
produrrà l’effetto contrario a ciò che andate predicando.
Dunque chi sarebbero i cattivi maestri che rischiano davvero di
allontanare i giovani dall’idea di non drogarsi?
Voi che punite, inquisitori, moralisti senza morale, o io?
È così: io e la mia canzone staremo a casa.
Marco Castoldi (in arte Morgan)
IL GIORNALE
La Clerici
legge Morgan, Dita è sempre "burlesca"
Eliminati Pupo e principe
LAURA RIO
SANREMO
Sanremo - Prendi una Clerici addobbata da 3500 cristalli cuciti
a mano sull’abitino rosso fuoco alla Jessica Rabbit e falla
planare da un’astronave che pare di stare dentro Star Wars.
Aggiungi una Dita von Teese avvolta in pizzo grigio nude look
che si cimenta in un sexy strip-tease con tanto di abluzione in
una gigantesca coppa di champagne. Mettici anche un Cassano,
l’estro e la sregolatezza fatta calciatore, in versione
tranquillo partner scortato da fidanzata e mamma. E, apoteosi,
spruzzaci sopra un Morgan che c’è ma non c’è, si evoca ma solo
come spirito, come esempio di tragica maschera moderna di un
uomo che esiste come apologeta di crack. Dulcis in fundo,
infilaci una Susan Boyle, fenomeno da baraccone per eccellenza
che in tre minuti di platea televisiva ha mandato in fumo decine
di pagine di marketing della musica pop. Ebbene, shakerate
insieme a un pizzico di Luca Laurenti, icona surreale per
eccellenza, in coppia con il tedoforo Bonolis e oplà, ecco a voi
il sanremese burlesque style. Spettacolo parodistico che vanta
tradizioni come Bettie Page e che è atterrato qui all’Ariston in
versione più casereccia. Andato in onda in tutta la sua
assurdità ieri sera per il grande pubblico, campeggia da
settimane su giornali, siti e programmi Tv di contorno. Penne,
pennacchi, sberleffi, forzature, che passano dall’abitone
esagerato alla polemica montata ad arte al finto profumo di
erotismo. Non c’è parte di questo Festival che non sia
attraversato da un fil rouge grottesco, purtroppo neppure
condito da una buona dose di ironia. E ce ne sarebbe bisogno in
uno show che per ora non trova la marcia giusta, guidato da una
Clerici troppo banale e ingessata: sarà per colpa di quel
corpetto che non la lascia respirare? Con quei tacchi alti e
quel vestito strizzato (ma chi ha detto che porta la taglia 42?)
non riesce a camminare, si muove impacciata, non trova guizzi
simpatici e parla troppo di se stessa. Ma è la prima serata,
diamole tempo... Del resto la responsabilità andrà divisa con
gli autori che non sembrano aver trovato la giusta chiave per
mescolare la musica con uno spettacolo televisivo. Pure la regia
non era all’altezza. Nulla in paragone, purtroppo i confronti
sono doverosi, all’eleganza e alla magia dello show messo in
piedi lo scorso anno da Paolo Bonolis.
Era stata la stessa Clerici a fare la summa della serata
burlesque ai giornalisti: «Se potessi mi vestirei sempre come
Dita von Teese, con giarrettiere, pizzi e piume, poi essendo un
po’ formosa...». Ma siccome la natura non può star dietro alla
testa, ha invitato all’Ariston la spogliarellista, risultata più
volgare che sexy.
Insomma se burlesque dev’essere, si superi ogni limite. Nel
settore sportivo con il sanguigno Cassano (che vorrebbe
«suonarle» al ct della Nazionale Marcello Lippi) che dopo aver
vissuto notti insonni con (a suo dire) seicento-settecento
donne, si è presentato docile ma non domato con la fidanzata
Carolina Marcialis, campionessa di pallanuoto. Ma è nel campo
della vita, quella che si può perdere a causa di una polverina
bianca, che il Festival ha superato il grottesco. Il caso
Morgan, con il tira e molla del «ci sarà non ci sarà» sul palco
dell’Ariston dopo l’intervista che d’un botto l’ha escluso dal
mondo della televisione, si è risolto con un discorsetto della
Clerici che ha detto che la droga, ovviamente, fa male, ha
augurato al cantante di «ritrovarsi» presto. E ha letto un breve
passo della canzone che avrebbe dovuto cantare all’Ariston. Lui
comunque non si è inabissato come si converrebbe per far
scivolare via questo casino, ma ha voluto ridire la sua, come si
legge in queste pagine. Speriamo che finisca qui e, almeno su
questo, si recuperi un po’ di serietà dopo aver visto la
presentatrice annunciare in diretta al Tg1 la presenza del
cantante in qualche veste a Sanremo, ma essere smentita cinque
minuti dopo dal direttore di rete.
In tutto questo gioco burlesco, la più sobria è apparsa Susan
Boyle. La vincitrice del talent show britannico, il monumento
esagerato alla favola della poveretta diventata una star si è
limitata a cantare e a rispondere in maniera semplice: «Sono
onorata di cantare per gli italiani. Visitare il vostro Paese è
sempre stata una mia ambizione. Ma spero un giorno di visitare
il Vaticano, sede della mia fede religiosa». Punto. Tanto domani
sarà la volta delle ballerine del Moulin Rouge. E via, si
tornerà daccapo, al burlesque. Anzi al gioco casalingo. Per
favore, stasera, ritorni Bonolis.
IL SECOLO XIX
Prima serata del Festival
Fuori Cutugno, D’Angelo, Pupo
RENATO TORTAROLO
SANREMO
Che disastro. Nell’esordio che ha già
eliminato Toto Cutugno, Nino D’Angelo, Pupo e Emanuele
Filiberto, non potevano dare il Festival a Antonio Cassano? Sì,
quella peste del fuoriclasse sampdoriano è stato una delle poche
note positive di una serata da dimenticare (per vedere la prima
parte del suo intervento, clicca qui). La povera donna, come la
chiama il sindaco Zoccarato, questa volta l’ha combinata grossa.
Antonella Clerici sbaglia tutto, incespica nelle parole,
tartaglia e cammina sul palco come se non avesse mai visto un
paio di sandali a tacco alto. Voleva incarnare, e qui non fa
fatica, l’esuberanza femminile che sgomita per un posto in
paradiso. Invece ha travolto un castello già precario di suo con
una serie di pasticci difficili anche solo da immaginare.
Ripetiamo, Cassano da solo avrebbe fatto meglio. Ma quando uno
fila la canapa della corda che poi lo impiccherà, raramente si
toglie dagli impicci da solo.
In questa serata della prima è mancato quasi tutto e tutto
quello che c’è stato, con poche eccezioni, era fuori tempo. Male
Pupo con il principe Emanuele Filiberto, accolti dai fischi e
salutati dalle bandiere tricolori: il primo è risultato
retorico, l’erede Savoia ha stonato, e sin qui era prevedibile,
ma ci ha messo di suo per caricare l’esibizione di impacci che
nessuno si augurava. Male anche la coppia Bonolis-Laurenti che
ha aperto il festival come se fosse stato il suo: sempre la
stessa litania. Infelice la battuta di Bonolis sulla ragazza in
prima fila: «Sarà l’amante» riferito al direttore di Raiuno,
Mauro Mazza. Il quale oggi, a meno di un miracolo nell’audience,
dovrà spiegare ai suoi vertici la battuta per cui il risultato
più importante sarebbe stata una bella serata e non il pieno di
ascolti.
Cassano e fidanzata sul palco dell’Ariston
In mancanza di entrambi, ascolti e livello artistico, la strana
coppia dovrebbe riflettere su chi ha trascinato l’altro nel
baratro. Perché raramente un Festival era partito con tante
incertezze. A cominciare dalla battuta infelice del sindaco,
sempre lui, rivolta allo scenografo Gaetano Castelli: chiamarlo
«quel tizio che monta il palco» è proprio brutto. Ma già quando
infuria la sindrome della nonna, quell’equivoco malsano sul
pubblico tradizionale che non si capisce mai quanti anni abbia,
non c’è da stupirsi dei risultati. Ieri c’è stata Susan Boyle,
fenomeno decisamente inglese (clicca qui per ascoltarla), ma a
Sanremo sono convinti che sia la reincarnazione di tutte le
cantanti melodiche del passato. Come direbbe Nanni Moretti: vi
meritate Nilla Pizzi, che infatti canterà domani.
Altro passo falso, segno di cocciutaggine della Clerici: leggere
alcuni versi della canzone di Morgan, escluso dalla gara,
ricordare come la Rai le avesse impedito, e con ragione,
qualsiasi altro omaggio, e poi chiudere con una retorica, eppure
poco tollerante «Morgan, spero che tu e tutti quelli come te si
possano ritrovare…». Dove?
E pensare che a Sanremo sono venuti a protestare anche i
lavoratori di Phonemedia, un’azienda di call center che naviga
in brutte acque, convinti di far sentire la loro voce nel posto
con più visibilità in Italia. Forse una volta, Ma oggi? Oggi in
città arrivano i cani antidroga della polizia perché qui
vogliono fare piazza pulita, e fanno bene, del sospetto che il
festival si porti dietro un micidiale mix di peccati e
illegalità. Ma con le canzoni tutto questo che c’entra? Nulla,
ovvio.
Un momento dell’esibizione di Dita Von Teese
Almeno è elegante questo benedetto Festival? Esclusa Dita Von
Teese in Dolce & Gabbana (per vedere il suo spogliarello, clicca
qui) e Irene Grandi, superba in “La cometa di Halley”, una
canzone che in gergo radiofonico “spaccherà”, non c’è molto da
far festa. La Clerici, per dirne una, è a metà fra un
cioccolatino incartato di rosso, prima uscita, e una sterlizia,
che è un fiore molto amato da queste parti, ma che sulla
conduttrice non si vede affatto. Così ci resta Cassano, un po’
impacciato all’inizio, ma poi simpatico e divertente.
Impareggiabile la sua battuta sul ct della nazionale Marcello
Lippi: «Non gliele canterei, gliele suonerei. Poi gli dedicherei
“Pigliate ‘na pastiglia». Commovente quando ringrazia la mamma,
in prima fila con la fidanzata Carolina Marcialis, la ragazza
più bella del Festival. Nessuna ipocrisia: «I calciatori lo
fanno anche per i soldi». Ridateci Cassano, anche questa sera.
LIBERO
Sanremo, il flop della Clerici
Una partenza al buio. Il 60esimo Festival di
Sanremo è partito proprio così perché Paolo Bonolis e Luca
Laurenti hanno iniziato il loro numero a luci spente. È stato
anche l’unico vero momento di comicità e puro divertimento di
una serata priva di elettricità, sicuramente in netto contrasto
con l’energia di Bonolis e Laurenti. Undici milioni gli italiani
davanti alla tv.
Antonella Clerici ha essenzialmente presentato i cantanti: a
farle da spalla, per così dire, Antonio Cassano, calciatore
della Sampdoria e brillante protagonista di un’intervista divisa
in più parti per sostenere la Clerici, che è sembrata accusare
il peso di affrontare da sola un palco così importante. La
serata ha conosciuto anche il brivido sexy di Dita Von Teese, la
diva del burlesque che si è apparsa seminuda nel suo numero più
celebre, il bagno nella coppa di champagne. Finalmente, poi, si
è conclusa la vicenda Morgan: Antonella Clerici ha letto alcuni
versi della canzone eliminata “per doping”, ha preso posizione
contro la droga e ha rivolto a Morgan e “a tutti quelli come te”
l’augurio di ritrovarsi. Toto Cutugno, Nino D’Angelo e il trio
composto da Pupo, Emanuele Filiberto e dal tenore Luca Canonici
sono stati i primi eliminati: giovedì si giocheranno i due posti
dei ripescati insieme con i due eliminati nella serata di
domani.
Di sorprendente poco. L’unico fuori programma sono stati i
fischi per il trio Pupo, Emanuele Filiberto, Luca Canonici, per
altro compensati dallo sventolio di bandiere finale. Il principe
tanto contestato per la sua "r" francese, ha comunque stupito
per non essere stato così stonato come lo si aspettava. Forse i
critici sono stati troppo severi a priori?
Per quel che riguarda la gara, Malika Ayane ha confermato di
essere l’interprete di maggiore classe e originalità, con un
pezzo fuori dagli schemi, “Ricomincio da qui”. Irene Grandi è
stata un po’ al di sotto delle aspettative con la sua
performance in “La cometa di Halley”, che resta uno dei migliori
pezzi del Festival.
Della pattuglia dei “talent boys”, i due che se la sono cavata
meglio sono stati Marco Mengoni, con “Credimi ancora”, e Noemi,
con “Per tutta la vita”; Valerio Scanu ha pagato lo scotto
dell’emozione. Arisa è davvero un personaggio: “Malamorenò” è
accattivante e le sorelle “en travensti” Marinetti Sisters sono
impagabili. Divertente, come nei brani degli esordi, Simone
Cristicchi con il suo ritratto umoristico dell’Italia, con
l’incedere Sarkonò-Sarkosì di “Meno male”. Povia, da possibile
“caso” del Festival è tornato a essere l’interprete di una
canzone non memorabile, “La verità”; Enrico Ruggeri è stato
molto professionale con “La notte delle fate”, Irene Fornaciari
e i Nomadi con “Il mondo piange” e i Sonohra con “Baby” non
hanno certo aiutato a decollare la serata. A rappresentare la
musica internazionale solo Susan Boyle.
IL TEMPO
Autogol della Clerici a Sanremo
Il Festival è sempre di Bonolis
STEFANO MANNUCCI
SANREMO
Controllate il calendario: non è mica sicuro
che quest'anno di grazia sia il 2010. Una macchina del tempo
potrebbe averci riportato a dodici mesi fa, o catapultati in
avanti. Perché quando Bonolis e Laurenti aprono il Festivalone
chiedendosi come siano finiti di nuovo a Sanremo, la sensazione
è proprio un deja vu. E forse la speranza di molti. Tranne che
di Antonellona, farcita di 3500 specchietti per l'abito
dell'entrata in scena, firmato Gai Mattiolo.
Ragazzi irresistibili. In un buio "ossianico e catacombale"
Paolino e Luca vanno giù coi doppi sensi, ma danno subito il
ritmo allo show. Si va dalle allusioni a Morgan (Baudo è
"Pippo", Arisa fa di cognome "Pippa") alle assonanze pop-porno
su Mazza e Mazzi che fanno i bambini a viale Mazzini. Per
soprammercato, nella conferenza stampa del mattino il sindaco di
Sanremo aveva precisato che la Clerici «qui si è fatta il
mazzo». Partenza in salita (eppure era discesa da un ovale della
scenografia), per la biondariccia, dopo la valanga umoristica
della coppietta. Che passa da uno stornello romano ai Queen, poi
ai quiz del "Senso della vita". Occhio ai «canguri che si
ingroppano», però. L'anno prossimo, malgrado una citazione per
Conti (per bruciarlo?) tira aria di un ritorno
dell'autocandidato Bonolis.
Raiset forever. Messaggi cifrati tra Cologno e Roma. Manca la
controprogrammazione Mediaset, mentre in questo debutto decisivo
la Rai si gioca Bertolaso a Ballarò e i calciofili entrano in
fibrillazione per Milan-Manchester. Vabbè. Metteteci pure la
"sintonia" tra il Festival giovanilista e il supertalent targato
Biscione e vedrete che ormai la saldatura tra i network tiene.
Anche ai piani altissimi della Rai si dicono cosucce oblique. Il
presidente Garimberti: «Preferirei Sanremo su tre serate». Il
direttore di Raiuno Mazza: «Non vorrei essere io quello che
taglierà il Festival l'anno prossimo». Cosa? Cosa? E il comune
rivierasco? E la convenzione firmata fino, appunto, al 2011? La
verità è che il carrozzone costa, anche se la Sipra ha buttato
in cassa 18 milioni dagli inserzionisti. E se si andasse
davvero, dopo tanti boatos, al trasloco sulle reti
berlusconiane?
Futuro. A proposito: Clericella giura di non essere in
trattative per la prossima "Domenica In". Non potrebbe dire
diversamente: in quel momento accanto a lei c'è Costanzo, un
altro candidabile per la successione di Pippone e Giletti.
Maurizio, sussurra qualcuno, vorrebbe al suo fianco la moglie
Maria. Raiset? No, Mediarai.
Lettere struggenti. «Morgan, spero che tu e quelli come te vi
possiate ritrovare». Nelle intenzioni di Antonellona, il caso
avrebbe dovuto chiudersi con una ramanzina da Fata Turchina al
Lucignolo del rock italiano. Ma quello, in un raro momento di
lucidità, ha finalmente compreso che lo stanno
strumentalizzando, e ha inviato una dura controreplica alla
cricca che lo ha escluso. Il senso è: «Mi avete spupazzato
facendo i moralisti ad uso televisivo, l'unica cosa che non si è
ascoltata è la mia canzone». Ecco uno degli effetti devastanti
della coca: certe cose si capiscono con grave ritardo.
Soft-core. La scaletta della serata è un diagramma erotico in
filigrana. Antonellona è la fidanzata di una vita, burrosa e
rassicurante: quella che ti spezza una caviglia con un calcetto
sotto al tavolo se sbirci una pupa al ristorante. A un certo
punto però impazza e si toglie la giarrettiera. Susan Boyle è la
casalinga di Voghera preconizzata da Arbasino. Quando canta il
tema di Titanic si fa apprezzare:ma se il transatlantico
affondasse, piangerebbero in pochi. A notte fonda, ecco invece
il sesso puro: Dita Von Teese, la regina del "burlesque". Cioè
si spoglia con arte. Mica come quelle smandrappate delle tv
locali, coperte solo da numeri in sovrimpressione.
Cassate Cassano. Fantantonio voleva andare al Mondiale, i
senatori azzurri non hanno voluto. Pur di non incontrarlo qui,
Lippi (il barese gli dedica "Pigliate 'na pastiglia") era
disposto a venire domani, a cantare con il principe. L'asso è
rimasto alla Samp, ma in tribuna. E i blucerchiati vincono. Non
gli restava che il Festival, per 150mila euro. Battute da
espulsione, faccia da «guarda-come-ti-faccio-sparire-le-gomme-della-macchina»,
e un radioso avvenire da nuovo Bettarini. Dice: «Non amo gli
uomini, ma Gigi D'Alessio». La Clerici fa peggio: «La tua
fidanzata parla genoano». Può puntare all'Isola dei Famosi, se
il labiale non lo tradirà in qualche blasfemia. Serve comunque
la prova tv.
Avanti Savoia. I tre eliminati (ma ci sarà un ripescaggio): Nino
D'Angelo (peccato), uno svociatissimo Toto Cutugno (inevitabile)
e la gang Pupo-Canonici-Filiberto, con il rampollo fischiato in
platea in un tripudio di tricolore. Del resto, la principessa
Maria Gabriella aveva fatto sapere: «Umberto II non avrebbe
permesso la partecipazione di Emanuele, aveva troppo rispetto
del nostro cognome». Viva il re.
IL RESTO DEL CARLINO
Sanremo perde subito il principe
MARCO MANGIAROTTI
SANREMO
IL FESTIVAL secondo Paolo e secondo Luca, una
vecchia idea che funziona sempre, come Sanremo. Un appuntamento
al buio. E’ qui la festa? Sì, fra Mazza, Mazzi e Bigazzi.
L’avanspettacolo è di altissimo livello. Laurenti swinga
fiaccamente, Paolo cita i buoni motivi del David Letterman Show
e si aiuta con le foto. Ma non andiamo oltre i tre, anche se si
tira per le lunghe. Si sorride, almeno fino ai dati di ascolto
di stamane. La Clerici alluna da un’astronave che fa da
tecnologico ascensore: c’è chi scende e c’è chi sale. I
trionfatori del 2009 sono uno scendiletto perfetto per
Antonellina, Susan Boyle e Dita Von Teese, strip nel Martini
cocktail con l’oliva (e anche Antonella si toglie una
giarrettiera, rossa), sono i bignè su una torta che tiene conto
della dieta, economica, della Rai. Reale per la conduttrice in
“rosso polmone”.
L’UNICA NOTIZIA arriva alla fine: escono in tre, con qualche
sorpresa: Toto Cutugno, Nino D’Angelo, Pupo e il principe
Emanuele Filberto con il tenore Luca Canonici. La cattiva
notizia è che Antonio Cassano fa flop: per queste dichiarazioni
poco spontanee ci sembrano soldi buttati.
I quindici artisti sono la materia prima, ma le giurie blindate
al teatro Ariston non fanno sconti. Il loro arrivo, con la
Finanza schierata e i cani antidroga, ci ha fatto capire che si
fa sul serio. Morgan ci ha scritto una lettera, sta qui sotto,
Antonella gli risponde fuori fascia protetta...Un messaggio di
rimpianto e di affetti, l’amore è una cura, la cura è amore
(questo però lo diciamo noi). Finisce con gli ultimi versi della
canzone che non abbiamo ascoltato, la più bella: “Almeno si
spera, ed ora esce la sera, buona sera”. Pianoforte e voce. La
gara è rotonda, il cuore pulsante è l’orchestra (votante). Le
canzoni dei big ovviamente “bellissime”. Irene Grandi,
magrissima, rompe il ghiaccio con un martello rock che guarda in
su, a “La cometa di Halley”. Parte bassa mentre chitarre ed
elettronica si avvitano in una spirale alla Battiato. Da
Baustelle.
Aldo, Giovanni e Giacomo dovevano partecipare come superospiti,
li abbiamo visti nel solito spot ma extralarge (un affarone:
pagava Wind). Valerio Scanu canta Pierdavide Carone, cantautore
della classe 2010 di “Amici”, diretto da Beppe Vessicchio: “Per
tutte le volte che” respira atmosfere più classiche e mature,
non ha nulla di facile, giovanilistico. Banale. La differenza
fra tromba e trombone, mica oboe e corno inglese, è un finto
problema per la brava presentatrice, la giuria numerosa e
rumorosa, Antonellina alla mano. Toto Cutugno è l’antitesi al
mondo dei talent show, ma non porta i suoi anni e i suoi
festival malamente. “Aeroplani” è forse la sua dichiarazione
d’amore più bella (finché la voce regge). Arisa è una simpatica
bolla di sapone (massimo rispetto per le Sorelle Marinetti),
Nino D’Angelo la strada di una Napoli etnica e pensante (con
Maria Nazionale). Marco Mengoni un talento sprecato perché
“Credimi ancora” vive solo della sua forza. Con Cristicchi e
Malika assaggiamo le canzoni più interessanti. Con Pupo in trio
e Povia scavalliamo le polemiche, con Ruggeri la sua storia.
Auguri a Noemi e pure a Moro. Irene Fornaciari con i Nomadi ce
la fa.
IL SOLE 24 ORE
Subito fuori i «grandi vecchi» e
l'asse Pupo-Savoia
FRANCESCO PRISCO
SANREMO
Non esistono uomini per tutte le stagioni. A
quanto pare anche quando si parla di Festival di Sanremo che
come «istituzione» è conservatrice assai. Lo dimostrano le prime
tre esclusioni che la giuria demoscopica (trecento sedicenti
acquirenti di dischi dai 18 ai 60 anni) ha sentenziato: subito
fuori dal concorso dei big Toto Cutugno, alla quindicesima
partecipazione alla kermesse, Nino D'Angelo, altro veterano
dell'Ariston, e l'improbabile trio costituito da Pupo, il
principe showman Emanuele Filiberto e il tenore Luca Canonici.
Nel primo caso, si tratta del segnale che un benché minimo
ricambio generazionale tra i giurati c'è stato. Che Cutugno
abbia perso anche lo «zoccolo duro» di fan che negli anni gli ha
più volte consentito di raggiungere il podio? Può darsi. E poi
diciamocelo: «Aeroplani», il brano da lui proposto, spiazzava
gli ascoltatori più affezionati alla sua produzione tradizionale
e suonava come oggetto non identificato alle orecchie dei più
giovani. Le rivoluzioni a metà si sa che falliscono. Nino
D'Angelo, accompagnato dalla neomelodica Maria Nazionale, ha
pagato probabilmente più di tutto il napoletano stretto del
testo di «Jamme jà», di difficile comprensione per chi non è
nato all'ombra del Vesuvio. La partitura del brano, invece,
somiglia in maniera impressionante alla melodia di una celebre
tarantella tradizionale del Gargano negli anni Sessanta
riarrangiata dagli Showmen e quindi, in tempi più recenti,
interpretata da Daniele Sepe. Citazione esplicita o plagio di un
antico motivo popolare? Speriamo nella prima ipotesi. Scontata,
invece, l'eliminazione del supergruppo capitanato da Pupo, la
cui «Italia amore mio», pezzo patriottico senza capo né coda, è
quanto di più kitsch si sia visto fino a questo momento sul
palco dell'Ariston. Da segnalare, in particolare, la strofa
autobiografica in cui il pupillo di casa Savoia si soffermava
sugli anni dell'esilio: c'è mancato poco che la galleria del
teatro venisse giù dai fischi. Gli eliminati possono comunque
sperare di essere ripescati, giovedì prossimo, grazie al
televoto, dal momento che il format sanremese di questi tempi
somiglia sempre di più a quello dei talent show.
Per il resto s'è visto un Simone Cristicchi pungente come non
mai in «Meno male», brano che elegge la premiere dame Carla
Bruni a metafora perfetta di un' Italia contemporanea brava a
nascondere la crisi sotto il fondotinta. In quanto a vis comica
il brano non ha nulla da invidiare a molte punzecchiature del
compianto Rino Gaetano. Supera a pieni voti l'esame anche Arisa
che, in «Malamorenò», è riuscita a unire a quella cantabilità
che l'ha resa celebre atmosfere dixieland di grande
raffinatezza. Noemi poi, in quanto a voce, è la solita forza
della natura.
Nelle vesti di conduttrice Antonella Clerici dimostra di
cavarsela soprattutto quando non eccede in sbavature
sentimentali (patetica, per esempio, l'apologia del grande
escluso Morgan) e quando Antonio Cassano, nelle inedite vesti di
valletto, le fa gli assist giusti (memorabile, in questo senso,
il siparietto che ha seguito lo strip di Dita Von Teese). Cara
Antonella, tutto sommato buona la prima. A stasera e buon
divertimento con i finalisti della Nuova generazione sanremese.
CORRIERE CANADESE
Antonio Cassano e Paolo Bonolis
grandi mattatori al Festival
Partenza scoppiettante per Sanremo edizione
targata 60. Paolo Bonolis e Luca Laurenti spingono
sull’acceleratore, ospiti del primo appuntamento con la
manifestazione ma di fatto conduttori unici per i primi venti
minuti abbondanti.
Dopo il caso Morgan, che ha scatenato un braccio di ferro tra
Rai da un lato, e direzione artistica e autori dall’altro,
catalizzando l’attenzione dei media, il Festival dei 60 anni ha
aperto i battenti.
«Morgan non ci sarà, né in video né in voce. Antonella,
ovviamente, potrà dire quello che sente», aveva detto ieri in
conferenza stampa il direttore di Raiuno Mauro Mazza, seduto
accanto a una Clerici insolitamente seria. E così è stato: dal
palco dell’Ariston la Clerici spiega di essere «anni luce
lontana dalla droga, l’unica droga che ho è la mia famiglia» e
legge poi un verso di La sera, la canzone di Morgan. E conclude:
«Spero che tu, e tutti quelli come te, possano ritrovarsi un
giorno». Questione chiusa quindi.
Gli acolti? Il direttore di Raiuno mette le mani avanti e cita
Via col vento: «Non abbiamo pensato a nessuna soglia né share.
Abbiamo lavorato per fare una bellissima prima serata. Domani è
un altro giorno». Ma a margine del Question Time, si lascia
andare con i “colleghi”: «Ci basta stare tra Baudo e Bonolis,
anzi, più vicini a Bonolis...».
A giocare a favore sarà comunque una controprogrammazione soft.
Sotto un cielo plumbeo e con la solita folla che ieri si è
materializzata davanti all’Ariston, il festival è partito nel
segno del sacro e del profano, con l’attempata Susan Boyle, il
cui sogno - ha confessato - è visitare il Vaticano («sede della
mia fede religiosa») e Dita Von Teese, la bella e trasgressiva
diva del burlesque.
La Clerici ha potuto contare su Paolo Bonolis e Luca Laurenti,
che sono tornati sul palco dopo il successo dell’anno scorso.
Susan Boyle, al suo debutto in Italia dopo un accurato restyling
e milioni di dischi venduti grazie a Britain Got Talent e a
internet, ha cantato in modo perfetto il brano che ha dato il
via alla sua favola, I dreamed a dream. La Boyle, passata da una
vita da brutto anatroccolo a una dimensione di star di otto
milioni di dischi in pochi mesi, ha continuato così il suo sogno
a Sanremo dove è una dei pochi ospiti musicali internazionali.
Con la sua aria da casalinga impacciata ha risposto anche alle
domande di Antonella Clerici mentre il pubblico dell’Ariston le
tributava l’inevitabile standing ovation. L’esibizione di Susan
Boyle è in fondo in linea con questa edizione del Festival dove
in gara ci sono quattro star dei talent italiani che sono tra
l’altro tra i favoriti per la vittoria. Due di questi hanno
cantato prima di lei: Valerio Scanu, che con Per tutte le volte
che ha pagato il tributo all’emozione del debutto e Marco
Mengoni, il vincitore di X Factor che è sembrato molto più
sicuro con la sua melodrammatica Credimi ancora.
Qualche fischio si è levato all’Ariston al momento dell’annuncio
dell’esibizione di Pupo, Emanuele Filiberto e del tenore Luca
Canonici. Il loro brano, Italia amore mio, è firmato dal
principe. Dopo aver cantato, però, sono arrivati gli applausi
del pubblico, e in platea e in balconata è spuntata anche
qualche bandiera tricolore.
Ad aprire la gara è stata Irene Grandi, un po’ al di sotto delle
aspettative con la sua piacevole La cometa di Halley. Persino
Toto Cutugno, un veterano, ha pagato lo scotto dell’emozione del
palco dell’Ariston con la sua Aeroplani. Sicura, divertente e
accattivante Arisa che, dopo il suo successo Sincerità, ora
arricchisce Malamoreno con i cori delle Marinetti sisters che
nella vita si chiamano Andrea, Nicola e Marco. Bella la
performance di Nino D’Angelo con Maria nazionale e Jammo ja,
unico brano in dialetto del Festival.
Un pallone lanciato sul palco e un montaggio di filmati delle
sue azioni in campo anticipano l’ingresso di Cassano che ammette
senza sfumature: «Qui sopra me la sto un po’ facendo addosso».
Siparietto con la Clerici, che lo chiama “genoano”: «Occhio a
non sbagliarsi - esclama lui, che è attaccante della Sampdoria -
si dice genovese». E aggiunge: «Comunque vada tiferò Italia a
giugno. L’Italia è sempre nel mio cuore». Cassano non ha
dimostrato rancore per l’esclusione dalla Nazionale da parte di
Marcello Lippi durante l’intervista sul palco dell’Ariston.
Unica battuta velenosa, quando gli è stato chiesto di dedicare
una canzone al ct: «Più che cantargliele, gliele suonerei», ha
detto. E poi: «Gli dedicherei Prenditi ’na pastiglia.
Scherzo...». Il fantasista barese a un certo punto ha chiesto a
Mauro Mazza, noto tifoso laziale, di dire “forza Roma”. Ma il
direttore di Raiuno, seduto in prima fila, ha rifiutato: «Non
posso, mi vedono tutti», si è giustificato.
Il Festival di Sanremo sarà trasmesso da Rai International fino
a venerdì alle 4.30 pm ora locale. La serata finale andrà in
onda alle 4.45 pm.
PANORAMA
Sanremo: le pagelle della prima
serata. Eliminati Pupo, Emanuele Filiberto, Nino D’Angelo e Toto
Cutugno
GIANNI POGLIO
SANREMO
Questi i primi verdetti dell’Ariston dopo la
prima serata della sessantesima edizione del Festival di sanremo.
12 big passano il turno. Tre gli esclusi dalla giuria: Toto
Cutugno, Nino D’Angelo e Pupo. Qui sotto, le pagelle alle
esibizioni dei 15 big.
IRENE GRANDI La cometa di Halley
Strano ma vero: il Festival non inizia con una canzone da
Festival. Quello della Grandi è un gran bel pezzo, moderno e con
un ritornello che non cerca rime facili quanto scontate.
L’incontro tra la rocker italiana e Bianconi dei Baustelle ha
avuto un senso: quattro minuti di ottima musica. Voto: 8
VALERIO SCANU Per tutte le volte che
Ha il sostegno dell’invincibile armata di Amici, il programma
che l’ha fatto diventare una star. Il pezzo cantato all’Ariston
parte piano e poi cresce, cresce, come si conviene a una canzone
nel solco della più classica tradizione italiana. Voto: 6
TOTO CUTUGNO Aeroplani
Una cutugnata classica: meglio la strofa del ritornello.Che sia
per problemi tecnici o no, fiocca anche qualche stonatura. Un
pezzo fuori dal tempo. Voto: 5
ARISA Malamoreno
Svanito l’effetto sorpresa dell’anno scorso Arisa ci riprova con
un cambio di look e un pezzo filastrocca ironico quanto basta.
Sul palco anche le “sorelle Marinetti” che in realtà sono tre
uomini. Non eccezionale ma almeno originale. Voto: 6,5
NINO D’ANGELO Jammo Jà
Un po’ di reggae e un po’ di folk per questo duetto (lei è Maria
Nazionale) che vorrebbe essere caliente ma si rivela insipido.
Decisamente peggio del pezzo il balletto timido nell’intermezzo
strumentale. Voto: 5
MARCO MENGONI Credimi ancora
X Factor lo ha reso famoso e lui adesso fa sul serio.
Originalità, cambi di tono e una voce pazzesca (a tratti
risuonano echi dei Muse). E come se non bastasse, sa pure stare
sul palco. Uno spiraglio di luce per il rock italiano.
Bravissimo e sorprendente. E se vincesse? Voto: 8
SIMONE CRISTICCHI Meno male
Lo stile Cristicchi è da tempo garanzia di qualità. Questa volta
il punto di forza è il ritornello tormentone “Meno male che c’è
Carla Bruni, siamo fatti così, Sarko no, Sarko sy”. Un pop rock
martellante ed estremamente divertente. E anche intelligente.
Voto: 8
MALIKA AYANE Ricomincio da qui
Un altra canzone intensa e ben interpretata. Rispetto all’anno
scorso il livello dei pezzi è cresciuto in maniera esponenziale
e la canzone di Malika Ayane conferma questa tendenza. Perché è
bello e perché la voce della sua interprete è semplicemente
straordinaria. Voto: 7
PUPO, LUCA CANONICI & EMANUELE FILIBERTO Italia amore mio
Emanuele Filiberto sente battere più forte il cuore di un’Italia
sola (lo dice nella canzone…), il tenore gorgheggia e Pupo
sussurra. E così il brano patriottico scivola veloce nel
dimenticatoio. Con tutta la sua enfasi. Surreale. Voto: 4
ENRICO RUGGERI La notte delle fate
Una canzone ben scritta, molto ritmica e con una efficace linea
melodica in puro stile Ruggeri. Non è come il suo superhit,
Mistero, ma funziona bene al primo ascolto. Voto: 6,5
SONOHRA Baby
C’è tutta la scuola del rock melodico americano in questa
canzone dei fratelli Fainello. Tra Bon Jovi e Bryan Adams.
Effetto melassa garantito. I due hanno la voce e sanno usarla ma
forse dovrebbero puntare verso altri lidi musicali. Magari meno
battuti… Voto: 6
POVIA La verità
Alla luce dl testo cantato all’Ariston viene da chiedersi da che
cosa si dovrebbe intuire che il pezzo è dedicato a Eluana
Englaro. Senza “Luca che era gay e bambini che fanno oh” quel
che resta è una canzone che passa e va senza infamia e senza
lode. Voto: 5,5
IRENE FORNACIARI & I NOMADI Il mondo piange
Una figlia d’arte (il pezzo è di papà) e una band storica
insieme dovrebbero fare scintille. In realtà ci riescono solo in
parte nonostante la buona prova vocale di Irene, tutta bardata
nel suo look hippy-chic. Il bello arriva verso la fine con un
crescendo che accende qualche emozione. Voto: 6,5
NOEMI Per tutta la vita
Una gran voce al servizio di una canzone che non decolla come
dovrebbe. Una Noemi un po’ compressa dalla struttura del pezzo,
ma pur sempre bravissima. Con un ritornello più orecchiabile
sarebbe andata decisamente meglio. Voto: 6,5
FABRIZIO MORO Non è una canzone
Reggae rap per il cantautore esploso con Pensa. Anche questa
volta Moro si mostra arrabbiato e poco ironico. “Questa è la mia
vita non è una canzone” dice il testo. E, in effetti, della
canzone si perdono le tracce dopo le prime due strofe. Banalotta
e, tutto sommato, innocua. Ottimo il finale, quando le parti
cantate si diradano.
Voto: 6
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