|
ricerca
biografica, discografica e fotografica: Linksanremo.it
La sua storia di militare di carriera e di cantautore
procedono quasi parallele, così come sul piano della personale scala di
valori i due mondi sono sullo stesso piano: ricchi di emozioni entrambi,
appaganti, due facce della stessa medaglia, del proprio esprimersi come
uomo.
“A 17 anni mi ritrovai
ad un bivio: chitarra in braccio ed inseguire il sogno di cantautore con
lo spettro della precarietà, oppure la prospettiva di un lavoro sicuro.
Decisi per l’esercito ma senza mettere nel cassetto il sogno di
diventare un musicista”, racconta Rosario.
“Così dopo i dodici
mesi di servizio militare chiesi di fare la leva prolungata. Ma non
vissi questa scelta come un sacrificio. Mi piaceva davvero l’idea di
capire com’era il lavoro del militare, in particolare il lavoro del
militare impegnato nelle missioni di pace, quello dove si ricostruiscono
le scuole, si portano aiuti, acqua e cibo alla gente che ha perduto
tutto. Riuscii a fare la prima missione tra il 1995 e il 1996, Sarajevo.
Tornai e chiesi subito di ripartire. Non potevo fare a meno
dell’adrenalina che una esperienza come quella ti mette in circolo. Vai
in posti dove si respira un’aria da fine del mondo e dove eppure, tu,
con la tua presenza, con il tuo lavoro, riesci a portare una speranza”.
Una vocazione? “Non
proprio, non direi, ero un ragazzo molto superficiale ed egoista prima
di queste esperienze”, confessa. “Chiedevo a mio padre
qualsiasi cosa, cambiavo motorini, macchine, insomma buttavo un po’ i
soldi - anche se non ne avevamo molti, anzi - non mi rendevo conto del
valore delle cose. Già dalla prima missione tornai cambiato: cominciai a
non buttare più nulla, a conservare quello che potevo conservare, ad
aggiustare, insomma a risparmiare per costruire qualcosa di solido, come
la casa dove vivo oggi con mia moglie e i miei figli”.
Quello che invece più che
una vocazione appare una vera e propria folgorazione, è quella di
Rosario per la musica, complice una chitarra che il padre gli regalò da
adolescente, proprio per distrarlo dai pericoli della strada e dalle
compagnie a rischio. “La folgorazione c’è stata davvero e ha un
nome, anzi tre: Ron,
Eduardo De Crescenzo e
Fabio Concato. Devo a loro se oggi sono qui.
Sono i miei punti di riferimento, penso a loro quando scrivo una
canzone, anche se poi credo di elaborare in uno stile abbastanza mio.
Ricordo i brividi quando ascoltai per la prima volta “Jo
Temerario” di Ron, credo che fu lì che dissi a me
stesso: sì, da grande farò il cantautore. Per non parlare poi di canzoni
come “Amico che voli” e i “Ragazzi
della ferrovia” di De Crescenzo, o come “Fiore
di maggio” di Concato che ancora oggi mi
paralizzano dalla commozione”.
Le prime canzoni Rosario
inizia a scriverle più di dieci anni fa, e non smette mai, anche quando
il nostro soldato “portatore di pace” che arriva “dopo” per ricostruire,
arriva che le macerie sono ancora fumanti e la situazione è tutt’altro
che semplice. Bosnia, Kosovo, Macedonia, Afghanistan… qui la sera
nascono canzoni che sono immagini, visioni, sensazioni vissute durante
questi giorni incredibili per chiunque altro, sprazzi di racconto,
parole lanciate oltre le montagne di Kabul.
Canzoni da far ascoltare
ad amici che magari questo mestiere lo fanno da professionisti, come
Principe e Socio M. che nel 2001
proprio a Sanremo hanno lasciato a pubblico e critica un buon ricordo
con la loro canzone “Targato Na”. Inizia così la
collaborazione: Rosario “si fa le ossa” accompagnando dal vivo il duo
per cinque anni mentre maturano i tempi per una solida produzione
artistica che oggi si concretizza sul palcoscenico dell’Ariston.
Il lavoro vero e proprio
inizia infatti già nel 2006, quando Principe e
Socio M. (Antonio De Carmine e Mauro Spenillo
con Antonio Spenillo in veste sia di produttori che di
coautori) fanno ascoltare i primi brani a Ernesto Migliacci
e Francesco Migliacci della Dueffel Music (già team
vincente di Simone Cristicchi) i quali rimangono immediatamente colpiti
sia da “Signorsì” che da diverse altre canzoni che oggi
ritroviamo nell’album di debutto “Nato il 5 Ottobre”.
Da un anno e mezzo Rosario
Morisco non parte per le Missioni di Pace - “fremo, mi mancano
tantissimo”, dice – lavora in un Comando a Napoli vicino casa. Una
scelta sofferta ma obbligata se non voleva correre il rischio che anche
il suo secondogenito Antonio non riconoscesse la voce del padre al
telefono come era già accaduto con Ramona.
Rosario, 32 anni,
napoletano, è infatti sposato con due figli, Ramona di due anni e mezzo
e Antonio di dieci mesi. Ma se adesso andrà bene, cosa accadrà?
“Non lascerò di certo
l’esercito. E’ la mia vita, l’esercito mi ha assicurato fino ad ora una
casa e una famiglia. I miei superiori lo sanno, sanno che possono
fidarsi di me e che non farò o dirò mai nulla che possa mettere in
discussione l’onore di indossare la divisa. Al mio generale comandante
ho detto: vado solo a cantare una canzone, non vado a fare la rockstar.
Loro sanno che è una mia grande passione. Per il momento vado avanti con
i permessi, poi vedremo”.
Comunque sia, ancora una
volta lontano da casa…
“Chissà, sarà il mio
destino. Ho parlato a mia moglie, le ho detto ‘potrà succedere che per
qualche tempo non tornerò a casa per cena’. Lei ha capito anche questa
volta; del resto mi ha dato sempre una grossa mano, stiamo insieme da
quando abbiamo 16 anni, e ha imparato a vivere anche con la mia
chitarra. Non potrei fare a meno di lei, sono una persona fragile
nonostante le cose che ho vissuto e visto”.
ROSARIO MORISCO
“Nato il 5 Ottobre”
CD C’è anche una canzone
dell’uruguaiano Jorge Drexler, premio Oscar per la colonna sonora de “I
diari della motocicletta”, in questo album di debutto di
Rosario Morisco. E’ “Tutto si trasforma”, versione
quasi letterale della nota “Todo se trasforma”,
successo di un paio di anni fa. “Rosario”, raccontano
Ernesto e Francesco Migliacci, “trovava
il brano musicalmente non troppo nelle sue corde ma ha intuito la chiave
nel testo: ‘Perché uno dà quel che riceve e poi riceve quel che dà,
semplicemente tutto torna, niente si perde, tutto si trasforma’. Questo
frammento era così vicino alla sua storia personale, alla sua vita, che
non ha potuto far altro che trasformarlo in un suo brano”.
Al di là della canzone, uno dei punti
di forza di questo lavoro come naturalmente “Signorsì” e il titolo “Nato
il 5 ottobre”, l’episodio ci fornisce un buon elemento della personalità
di Rosario, quell’elemento che ha convinto tutti, dai suoi produttori
artistici Principe (Antonio De Carmine) e Socio M. (Mauro Spenillo) con
Antonio Spenillo, i Migliacci come discografici della Dueffel Music, e
speriamo prossimamente il pubblico: la sua grandissima semplicità e
soprattutto la sua completa estraneità a tutto quello che nel mondo
della musica è altro dalla vibrazione della corda di una chitarra, dalla
gioia di una emozione intima e profonda che solo il “capire” la musica,
il “sentirla” ti può dare, dalla pienezza di una passione.
Cercare di trovare in lui la furbizia
dei moderni comunicatori del pop è impossibile, ancor meno il “mestiere”
che ormai anche i debuttanti ostentano se non altro per imitazione di
chi il “mestiere” ce l’ha davvero. Merito sicuramente della sua
naturalissima indole di bravo ragazzo figlio del popolo, ma merito
sicuramente del suo “viaggiare alto” nella scala della utilità sociale
grazie al suo operato di militare impegnato, come ormai tutti sanno,
nelle Missioni di Pace in luoghi dove “si respira la fine del mondo”,
come dice lui stesso. Difficile chiedere ad un ragazzo che regalava pane
e Coca Cola ai ragazzini del Kosovo per farsi dare in cambio armi e
munizioni in una operazione di bonifica e smilitarizzazione, di
lasciarsi coinvolgere dall’ “apparato” e dai suoi meccanismi, se
vogliamo dalle sue “frivolezze”.
“Certo, esistono delle distanze
assurde tra quello che vivo da militare e una situazione come quella di
Sanremo, ma le emozioni sono esattamente le stesse e fortissime perché
sono intime, legate comunque alle due cose in cui credo più al mondo, la
musica e il mio lavoro”, afferma Rosario. E quindi non poteva che
andare che così, ovvero che su quella chitarra inseparabile, tirata
fuori da sotto la branda per riempire i momenti di riposo, nascessero
alcune delle canzoni di questo disco, in uno stile crudo, immediato, dal
forte impatto descrittivo. Sono soprattutto le canzoni che arrivano
dall’esperienza diretta delle missioni ad avere questo “effetto verità”
: la verità di “Signorsì”, che è la verità dell’aver paura e di sentire
la necessità di aggrapparsi ad un punto di riferimento, la verità del
dire a se stessi che “ci vuole coraggio” per lasciare a casa un bambino
piccolo che non ti riconoscerà quando tornerai e se tornerai.
Testi chiari come le immagini di un
reportage, scritti con impeto ingenuo, con rabbia strozzata proprio come
in “Nato il 5 Ottobre”, ispirata dalla morte di un
ragazzo di soli 18 anni alla sua prima missione, episodio del quale
Rosario non parla volentieri per ovvi motivi di rispetto oltre che per
evitare qualsiasi strumentalizzazione. O come “Chicken Street”,
le ultime istantanee dall’inferno di Kabul – solo chilometri di fango e
polvere…le pietre scottano… non crescono alberi - ma dove la missione
del soldato Morisco è sempre e assolutamente chiara: “Dai loro da
mangiare/ dai loro anche da bere/ dai loro un paio di scarpe per correre
e volare/ dai loro dei pastelli e falli colorare/ vedrai che quel
sorriso diventerà reale”. E se in questi brani l’ispirazione è la
concretezza del vissuto e di situazioni estreme, non meno interessante è
la zona del Morisco che riporta nella sfera intima i sentimenti di un
giovane uomo di 32 anni. Qui, da questo lato della barricata, dove
fiorisce anche qualche fiore, nascono belle canzoni solide e ispirate
come “Dietro un velo”, “Lacrime e nuvole”, “Restami dentro”, “Non ho
tempo per odiarti”, “Un gioco instabile”, e “Diecimila km da te”, sorta
di lettera dal fronte degli anni 2000, tanto per ricordarci che la
solitudine e lo struggimento della lontananza non ha epoche.
Musicalmente il buon lavoro anche
come arrangiatori di Principe e Socio M. (“Targato
NA” nel Sanremo del 2001, canzone su un carabiniere
omosessuale, non passò di certo inosservata) ha creato diversi mondi
sonori – acustico, rock, pop - e diversi piani di ascolto: musica e
parole sempre in primo piano, come si conviene al lavoro di un
cantautore che deve farsi conoscere, ma in compagnia di tante idee e di
un bagaglio di cultura musicale figlio di un repertorio italiano che
attinge alla migliore canzone d’autore e al suo profondo quanto garbato
imprinting poetico.
58° FESTIVAL
DELLA CANZONE ITALIANA DI SANREMO
ROSARIO MORISCO
“SIGNORSI’” Una notte
del 2003 a Kabul. Il soldato Rosario Morisco
da sei mesi non torna a casa, a Napoli. E’ graduato di truppa
dell’Esercito Italiano in missione di “peacekeeping”,
artigliere, e ha appena scritto una canzone. Un po’ di fantasia e un po’
no.
Si intitola “Signorsì”
, ma non è un “signorsì” polemico, non è l’ubbidienza ad un ordine che
non si discute, ad una logica che non si comprende. E’ solo un dialogo
con un superiore a cui si guarda con fiducia e con il rispetto a chi sa
porsi come un padre in una situazione difficile. Un qualcuno che ne sa
più di te, che ti tenga d’occhio in un posto dove di occhi ne servono
mille in ogni momento.
Perché c’è sempre bisogno di avere
delle risposte quando si è lontani 10.000 km da casa, quando “ci
vuole coraggio” per vincere la solitudine e la paura, anche se
quello che stai vivendo lo hai scelto liberamente. No, qui le chitarre
contro la guerra, da Woody Guthrie a Bob Dylan passando per la chitarra
che “dà la stessa nota taratatata” di Mauro Lusini e Gianni
Morandi, non c’entrano e ogni paragone sarebbe pretestuoso.
Qui c’è soltanto un ragazzo di 32
anni, militare di carriera, che è orgoglioso di lavorare per un
obiettivo concreto, quello di dare a tanta gente la speranza di “dormire
senza sentire le bombe cadere”, di “fare l’amore senza sentir sparare”,
di “respirare, mangiare, giocare, studiare”. Ma è anche un ragazzo che
ama la musica, e che è sicuro di una cosa: non può fare a meno
dell’emozione che prova quando scrive una canzone. E ne scrive molte su
quella chitarra dalla quale non si separa mai da almeno una decina
d’anni.
Tra cui questa che, qualche anno dopo
quella notte a Kabul, è diventata per mano del suo team – Ernesto e
Francesco Migliacci della Dueffel Music e i suoi produttori artistici,
coautori e arrangiatori Principe e Socio M. (Antonio De Carmine, Mauro
Spenillo, il fratello Antonio Spenillo) - un momento di verità che ci
viene addosso con la forza di una interpretazione cruda e con la
determinazione di raccontare null’altro che il flusso dei propri
sentimenti, dei propri pensieri. Biglietti da visita così sono una
assoluta rarità.
Grazie a Barbara Gimmelli (Avventura Records) |