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già al Festival di
Sanremo nel 1988, 1994.
Se fosse nato altrove,
magari in America, oggi sarebbe annoverato tra i guru di quella elite
rivoluzionaria targata "beat generation". In Francia si parlerebbe di lui
come di un impenitente chansonnier. In Inghilterra, non da meno, per
meriti artistici si sarebbe potuto fregiare dell'ambito titolo di Sir. Da
noi invece, sebbene goda di un'indiscussa popolarità, la sua figura
oscilla tra l'altalenante gradimento di una cultura popolare, storicamente
dissonante e contrapposta: il mito, un Maestro, un poeta, l'unico.
Diversamente: trash, maledetto, eccessivo, inaffidabile.
In realtà, in quanto "sfacciatamente italiano", Franco Califano
appartiene a ciascuna fazione: poeta maledetto, artista scomodo e,
ovviamente, proprio per tutto questo, unico.
Del resto, basterebbe ripercorrere il suo excursus anagrafico per capire
quanto il destino abbia inciso nella formazione del controverso
personaggio.
Originario di Pagani, piccolo centro del salernitano, Franco
Califano è nato tra le poltrone di un aereo nel cielo libico. Era il 14
settembre del 1938. Benché giovanissimo, animato da un'irrefrenabile
irrequietezza, Franco non perderà tempo ad incarnare gli stilemi
comportamentali di chi sa guardare al futuro con i propri occhi.
Dopo le scuole dell'obbligo, consumate nei cortili di severi collegi tra
guasconate ed appassionati baci, è costretto a frequentare un corso serale
di ragioneria perché, "rapito" dalla vita notturna, non riesce a
svegliarsi presto la mattina! È affascinato dalla bella vita e dalle donne
che, senza pudori, contraccambiano.
Califano, come poi canterà più volte in seguito, ha sempre amato la notte.
E lo dimostra con un invidiabile profitto scolastico. Una sorta di Dr
Jackyll e Mr Hyde: la scuola e la boxe, i compiti e i locali da ballo. E
se l'istruzione gli regala le basi per non cadere nei tentacoli della
manovalanza (siamo nel Sud della rinascita), le notti di luna smussano
desideri ed ambizioni oniriche.
Così, deciso a dare un senso alla sua natura di "uomo contro", parte per
Roma dove si impone nel mondo dei fotoromanzi. Ma non basta. Sono gli anni
della Dolce Vita e via Veneto è un brulicare di divi e di sinuose
bellezze. Federico Fellini inventa i paparazzi ed inchioda la Roma
papalina nel "decadimento" mondaiolo. Califano ama la musica e canta. La
sua fame di novità lo porta a sperimentarsi con differenti generi
musicali: dalle ballate popolari sino agli standard a stelle e strisce.
E quando una bellissima attrice di quegli anni sta per stringergli "il
cappio intorno al collo", dopo una notte di severa introspezione, Franco
sceglie definitivamente la musica: destinazione Milano.
È giovane ma ha le idee chiare, "la pratica deve vincere sulla teoria",
dunque spazio all'istinto e all'amicizia. Le sue frequentazioni in ambito
artistico lo portano a collaborare con diversi artisti allora in voga che
apprezzano il suo modo di pensare. Scrive le prime canzoni anche se,
pagando lo scotto della gavetta, per diverso tempo si limiterà a comporre
per altri. Alterna la scrittura alle prime incisioni che in breve tempo
arrivano finalmente al grande pubblico.
Califano piace. Alle donne perché è "maschio", agli uomini in
quanto forte e sicuro di sé: è il perfetto play boy.
Seguono anni di grandi successi che culminano con un bellissimo "ellepì"
interamente cantato dalla grande Mina.
Così, esaurito un periodo determinante della nostra storia musicale, il
"Califfo" si trova inevitabilmente a dover fare i conti con l'avvento dei
cantautori. Impazza una sorta di anarchia: sono tutti contro tutto e c'è
un Paese intero che non riesce a stare al passo con un mondo che sta
rapidamente voltando pagina. Lui, nonostante i sofismi che di giorno in
giorno vanno a riempire i palinsesti musicali delle cosiddette "radio
libere", riesce a tenere i piedi ben piantati per terra. L'esperienza di
un'infanzia consumata in provincia ha infatti rodato un carattere temprato
da mille difficoltà.
Franco ha capito che preferisce da sempre la qualità alla quantità. Mentre
qualcuno, tra i suoi colleghi, decide di affidare il destino politico e
sociale dell'Italia a una chitarra, lui continua a raccontare l'amore e
gli amici, la vita di tutti i giorni. Soffre l'impennata di quelli che non
esiterà a definire "falsi messia e mistificatori" e, non senza dolore,
prosegue il suo cammino evitando di spersonalizzarsi.
Personaggio "contro" e, per questo condannato a pagare duramente ogni sua
scelta, l'artista assurge alle cronache dei giornali per una serie di
frequentazioni e "costumi" che la società di allora, pur essendone parte
integrante, non tollera. I cronisti, come api sul miele, si accaniscono.
Califano diventa il mostro, il vizioso. Dopo il rodaggio giovanile del
collegio, ora è costretto a patire anche l'umiliazione del carcere. Una
frustata, tra le tante che negli anni continueranno a susseguirsi, di
quelle "che piegano ma non rompono".
Nonostante lo scandalo ed i soldi mangiati da avvocati e cause
costosissime, come l'araba fenice il Califfo rinasce, si reinventa e, con
le unghie sanguinanti (agli arresti domiciliari, riesce persino ad
incidere un disco trasformando la roulotte in una sala di incisione!),
torna a toccare l'impervia vetta del successo.
I monologhi, alternati a canzoni di grande impatto emotivo, divengono il
suo cavallo di battaglia. La romanità, per alcuni soltanto un dialetto,
grazie a lui diventa una lingua. Franco è il primo artista moderno capace
di nobilitare il romano. Di lì a poco alcune frasi tratte da sue canzoni
divengono veri e propri slogan, entrando a far parte del lessico
quotidiano.
Il pubblico lo adora e la sua fama è trasversale: tocca le corde di tutti,
senza distinzioni sociali o anagrafiche. I media si sbizzariscono e lui
gongola: "il Prévert di Trastevere", "il Brel romanesco", "il
Pasolini della canzone", "il Belli di quest'epoca", "un personaggio
kafkiano".
Basti pensare che il severo testo critico-musicale incentrato sulla "Storia
della Canzone Romana", lo cita quale più grande Autore vivente per
"aver scritto la più bella pagina della canzone dialettale Romanesca". Poi
c'è la filosofia di Califano, la magia di una frase che titola e che
relega all'eternità una canzone, forse la più "usata" del suo pur lungo
repertorio: "Tutto il resto è noia". Un testo che, tra filosofia e
pragmatismo, è stato oggetto di discussione in molte aule scolastiche
italiane.
E tra i numerosi riconoscimenti che non finiranno mai di arrivare,
singolare quello "ordito" dal Comune di Borbona (Rieti), dove hanno
pensato bene, contro la legge, di fermare sulla targa di marmo: "Piazza
Franco Califano, musicista e poeta". Un caloroso tributo che la
cittadinanza, respingendo l'ordine della Magistratura, ha rifiutato di
rimuovere.
Ma nonostante questo, "il Maestro" non ha ancora avuto tutto il
successo che merita. Perchè l'universo Califano, in quanto tale, è in gran
parte tutto da scoprire. Come spiegare altrimenti gli entusiasmi della
crescente fanzine adolescenziale che lo vede citato anche tra i miti
rappati dalle attuali band hip-hop nostrane? (dagli Articolo 31 a Frankie
Hi-Ngr, dal Piotta a Ligabue con il quale Califano duetta "Certe notti").
Artista troppo spesso (e volutamente) ascoltato poco e male, e raccontato
anche peggio, il Maestro ha all'attivo oltre venti dischi e qualcosa come
mille canzoni scritte. Che piaccia o meno, egli ha firmato una moltitudine
di emozioni portate al successo da altri: da Mina a Renato Zero, da Lando
Fiorini ai Vianella. Ricordiamo ad esempio "La musica è finita" e "Una
ragione di più" (Ornella Vanoni); "E la chiamano estate" (Bruno
Martino); "Un grande amore e niente più" (Peppino Di Capri), "Minuetto"
e "La nevicata del '56" (divenuti cavalli di battaglia dell'indimenticata
Mia Martini).
Franco Califano è stato insignito della Laurea Honoris Causa in Filosofia
all'università di New York "per aver scritto una delle più belle pagine
della Canzone Italiana", recita la motivazione. Per la cronaca, prima di
lui la stessa università aveva assegnato la Laurea a Edoardo De Filippo e
all'ex Presidente della Repubblica Francesco Cossiga.
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